brani da Nord, di Burhan Sönmez, trad. Nicola Verderame

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Burhan Sönmez, da Nord, tr. dal turco di Nicola Verderame, Edizioni nottetempo 2021.

 

 

“Quando i pastori rinvennero nel burrone il cadavere nudo di Aslem, le ultime stelle della notte si stavano ritirando.

I pastori si erano svegliati di buonora ed erano in cammino verso il villaggio. I loro passi schiacciavano i fili d’erba coperti di brina e il gregge veniva ammantato da una coltre di vapore. Stavano attraversando un pendio scosceso e roccioso, assediato da una sottile foschia. Nei giorni di forte vento, un’anziana donna abbandonata in quella distesa di rocce taglienti pareva lamentarsi e gemere richiamando i pastori. Il più giovane tra loro si arrestò e si guardò attorno, come se avesse sentito ancora quel gemito. E notò che anche i cani si erano fermati. La pelle infreddolita si tese, il dolore gli scivolò dalle dita nel resto del corpo. Per un istante, un nuovo silenzio emerse dal silenzio. Abbaiando, i cani corsero verso la scarpata, sull’orlo del burrone al di là del monte. Il richiamo che li attirava fece accorrere anche i pastori. Raggiunsero il limite della scarpata e guardando in basso individuarono un corpo senza vita.” (p. 7)

 

“Quante stelle brillavano sotto quel cielo estraneo e sconosciuto! Non riuscì a ricordare se nelle storie sul nord che aveva sentito durante l’infanzia si parlasse delle stelle. Anche le stelle dovevano avere una terra madre, e come le gocce in un acquazzone si moltiplicavano incessantemente, quasi provenissero da un’unica fonte. Al di là di ogni collina sgorgavano nuove stelle che si univano al mare di neve azzurra in lontananza. Erano così innumerevoli da far perdere la ragione, così vicine da incutere timore. Chissà se suo padre era stato catturato dall’incanto di una notte come quella… Forse nell’ebbrezza della polvere verde si era svestito e aveva camminato fino al mattino… Oppure come lui si era messo a cantare, poi si era smarrito nella moltitudine degli astri fino a cadere in quel precipizio… Cercò di ricordare che colore avesse il labbro inferiore del padre, quando aveva estratto il cerchio di vetro dalla sua bocca di cadavere… Cercò di ricordare un colore rosa dovuto alla polvere verde, ma tutti i colori sbiadivano alla luce tremolante delle fiaccole.

Se avesse nutrito dei dubbi sulla propria identità, sarebbe subito tornato indietro. Avrebbe ritrovato il proprio villaggio, dove tutti lo chiamavano Rinda. Avrebbe raccontato che nel nord ci sono mille diversi modi di perdersi, e che aveva affrontato il pericolo di smarrirsi dentro il nome di suo padre. La storia, ascoltata con esitazione dagli abitanti del villaggio, sempre pronti a credere a tutto, avrebbe potuto stupire persino Şe-ga. Chi partiva per il nord doveva fare ritorno con delle risposte, oppure divenire lui stesso un segreto. Aslem, sebbene morendo, aveva completato quel cammino e si era unito ai misteri.” (pp.92-93)

 

“Rinda guardò la luna: se avesse risalito quel versante avrebbe potuto sentirne la voce. Da quando lo spirito del padre era asceso fin lassù, la luna piena era più vicina alla terra. La luna era lo specchio del cielo, parlava al figlio nel sonno, a volte lo chiamava accanto a sé. A Rinda guardarla dava un capogiro istantaneo. Veniva scosso, come se fosse investito dall’onda di un mare in tempesta. Era una roccia legata alla costa, nella sua carne emergeva un lupo selvaggio, il profumo del sangue gli giungeva alle narici. Voleva fare a pezzi qualunque ostacolo che gli si parava davanti, fosse anche un albero o una parete. Era un desiderio che fino a quel momento gli era sconosciuto, che gli tendeva la pelle e gli dava prurito alle gengive.” (p. 94)

 

“Secondo gli antichi maestri, l’universo è un immenso vuoto. Alla base c’è il mondo, il luogo della morte, nel punto più alto brilla l’astro dell’immortalità. Quell’astro del settimo cielo segna il limite dell’esistenza, o più esattamente il suo principio, ed è composto di luce. Le anime in quella luce si staccano una dopo l’altra e prendono a cadere giù, ma precipitando perdono la loro brillantezza. Quando raggiungono la terra, gli spiriti hanno perduto la loro luce e di loro non è rimasta che una materia oscura. Se puntiamo a diminuire l’oscurità di questo mondo fatto di materia e aumentare la luce, dobbiamo trovare un modo per raggiungere la stella nella nostra anima. Il Buono, essendo innamorato, sente di aver raggiunto la luce e la custodisce nel suo cuore”. (p.159)

 

“Mentre l’amore ci entusiasma e apre nel nostro spirito una nuova finestra, sentiamo di avere raggiunto i limiti dell’esistenza. Questo mondo materiale è per noi una prigione da cui cerchiamo di evadere. Si dice che tre vie conducano alle verità superiori: il sonno, la morte e l’amore. Nel sonno, migrare verso un altro mondo ci mostra che la vita quotidiana non costituisce l’unica realtà. La morte è la versione prolungata del sonno. L’amore, invece, è ciò che ci porta via da noi stessi, è la magia che ci consente di guardare con altri occhi la realtà che ci circonda, ma non somiglia né ai sogni che si fanno dormendo, né alla morte; la nostra mente si trova ancora all’interno dei confini di questo mondo. Per questo motivo dicono che l’amore offra la possibilità più immediata per superare la realtà e penetrare nel giardino di un altro universo. Ed è questo il punto in cui io vengo assalito dal dubbio”.

La mano di Jani rimase ferma sul bicchiere pieno di sciroppo di frutta.

“L’amore è qualcosa che appartiene al nostro corpo, oppure alla nostra anima?” domandò Seydigül. “Il corpo trasporta per noi sentimenti mondani, come la paura, il desiderio o l’amore. Preoccupandoci costantemente di questi interrogativi, ci diventa impossibile occuparci di altro se non di noi stessi. Non ci resta altra soluzione che pensare, riflettere su grandi questioni.

Mi rendo conto che l’amore descritto qui dai miei fratelli va oltre questo. Ma se ci chiediamo quale sia il senso dell’esistenza, possiamo raggiungere l’essenza della realtà soltanto attraverso le sensazioni? L’amore non ci offre nuovi saperi, forse può solo generare in noi la necessità di liberarsi di questo mondo oscuro. Non può dirci altro. La mente è il gioiello più grande dell’universo, la conoscenza è il suo nutrimento. Fratelli! Se la mente non conosce, il cuore non potrà mai trovare”. (pp. 162-163)

 

“Il Mancino socchiuse gli occhi e ricordò il riso di Glut, che aveva condiviso con lui il proprio fuoco, le orme del cervo che scomparivano sulla riva, il corvo e il Piccolo Sultano, l’ombra nella bara di rami di ciliegio, la tartaruga rovesciata che si dibatteva sotto il sole, la volpe sfortunata alla ricerca di modi per risvegliarsi, l’espressione sul viso di Avadin mentre riapriva il talismano, gli echi al fondo della caverna, l’improvvisa follia provata alla vista della luna piena mentre stava per lanciarsi nel burrone; ci pensò senza poter dire cosa fosse reale e cosa irreale. Tutto apparteneva a un’epoca molto lontana, antichissima. Le immagini si confondevano tra loro, i suoni diventavano sempre più remoti, poi si dissolvevano. Il suo corpo si riposava, ma la mente faticava a riprendersi. Mentre la pesantezza nella testa tornava a infondere il sonno nei suoi occhi, lui lottava contro un fuoco che scendeva dalle spalle al petto nudo, e da lì fino ai polpacci. Se si fosse lasciato andare, sarebbe sprofondato come una pietra bianca nell’acqua vaporosa del sonno.” (p. 272)

 

“Era una fine o un principio? Rinda non se lo chiese, capì di trovarsi al confine dove terminano le domande, al varco dove si rivelano le risposte. Si fermò, libero dei propri pesi, con un cuore sereno. Rilassò le dita infreddolite, rallentò il respiro. Alzò lo sguardo al cielo e gli sembrò di vedere passare i cavalli gialli, di sentire l’eco delle foreste in cui si era perso.

Le strade buie, le caverne profonde, le domande dolorose erano ormai distanti come sassi affondati nell’acqua. All’orizzonte dove il passato aveva fine e non restava altra direzione che il futuro, si aprivano le porte non di uno, ma di mille mondi. Ogni montagna poteva dividersi in due, ogni fiocco di neve poteva sopravvivere in eterno. La vita di una persona a volte somiglia a un pozzo, e Rinda era giunto alla bocca di quel pozzo. […]

 

 

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Burhan Sönmez è nato ad Ankara nel 1965, dov’è cresciuto parlando turco e curdo. Avvocato specializzato in diritti umani, espatriato per motivi politici in Gran Bretagna, dove ha vissuto per circa dieci anni, oggi vive a Istanbul. I suoi romanzi sono tradotti in piú di trenta lingue. Docente all’Università metu di Ankara ed editore, è membro di pen International e vincitore dell’ebrd (European Bank for Reconstruction and Development) Literature Prize per il suo romanzo Istanbul Istanbul. Di questo autore nottetempo ha pubblicato Istanbul Istanbul (2016), Labirinto (2019) e il saggio contenuto nella raccolta Strongmen (2019). / www.burhansonmez.com

 

 

 

 

 

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Nicola Verderame (1984) è docente di Lingua turca all’università del Salento. Nel 2018 ha conseguito il dottorato di ricerca in storia contemporanea presso la Freie Universitaet Berlin. Ha pubblicato in italiano numerose traduzioni da poeti turchi viventi. Cura la sezione “Versi” della rivista online Kaleydoskop – Turchia, cultura e società (www.kaleydoskop.it) e il blog Defter – Poesia turca contemporanea (defterpoesiaturca.wordpress.com). Nel 2016 ha curato la raccolta di poesie di Tuğrul Tanyol Il vino dei giorni a venire (Ladolfi ed.), insignita del premio Benno Geiger 2017 e del Premio nazionale di traduzione del Ministero dei Beni e delle Attività Culturali nel 2018. Nel 2020 ha pubblicato la selezione di poesie di Haydar Ergülen La casa nella melagrana, con testo turco a fronte e prefazione di Milo de Angelis, Premio Ciampi, Valigie Rosse Edizioni.

Tra le opere di narrativa tradotte: Selahattin Demirtaş, Alba, Feltrinelli, 2018; Burhan Sönmez, Labirinto, nottetempo, 2019; Azra Kohen, PHI, Mondadori, 2019. Di prossima pubblicazione: Ahmet Altan, Signora vita, E/O Edizioni, 2021; Burhan Sönmez, Nord, nottetempo, 2021; Zülfü Livaneli, La casa di Leyla, Altano, 2021.

Riguardo il macchinista

Pina Piccolo

Pina Piccolo è una traduttrice, scrittrice e promotrice culturale che per la sua storia personale di emigrazioni e di lunghi periodi trascorsi in California e in Italia scrive sia in inglese che in italiano. Suoi lavori sono presenti in entrambe le lingue sia in riviste digitali che cartacee e in antologie. La sua raccolta di poesie “I canti dell’Interregno” è stata pubblicata nel 2018 da Lebeg. È direttrice della rivista digitale transnazionale The Dreaming Machine e una delle co-fondatrici e redattrici de La Macchina Sognante, per la quale è la cosiddetta macchinista -madre con funzioni di coordinamento. Potete trovare il suo blog personale digitando http://www.pinapiccolosblog.com

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