Brani da “La storia scartata” (Terre d’Ulivi Edizioni novembre 2018) di Bartolomeo Bellanova

COPERTINA

 

Questa giornata trascorsa a Firenze con l’amata Penelope è per me un assaggio di eterno regalatomi nel giorno del mio cinquantesimo compleanno per qualche sconosciuto merito guadagnato in questa grigia esistenza. Inizia leggera, senza parole, con la stessa tenue serenità con la quale iniziano le domeniche trascorse insieme, tutte, anche quelle domestiche.

Emozionati come bambini al primo viaggio di classe ci prendiamo per mano in fila sotto al portico d’entrata e passiamo i tornelli della Galleria degli Uffizi insieme alla babele di lingue di mezzo mondo e ai visi belli dei colori del creato che sono la prima opera d’arte da ammirare estasiati.

Per noi non si tratta solo di buttare fuori dal cervello le brutture che ogni giorno assillano la vita e le ansie del domani che come un roditore si insinua dentro i sorrisi. Quel Museo rappresenta il luogo fondante del nostro amore, il palcoscenico vivo e sempre diverso di un’unione speciale con migliaia di comparse casuali e chissà quante altre coppie come noi, convinte, illuse e tenaci.

Ritornarci ogni volta ci riporta al primo giorno da cui tutto é iniziato, vivendo alla giornata senza promesse roboanti o progetti galattici.

Procediamo piano, scandendo ogni passo, sicuri di ritrovare le orme che hanno lasciato le nostre scarpe cinque anni fa nella Sala degli Specchi. Il sole di fine estate scalda gli infissi di legno delle lunghe vetrate che emanano il profumo inconfondibile dell’arte: lo gustiamo ad occhi chiusi.

Poi, con l’intesa di uno sguardo, ci liberiamo della cognizione umana del tempo attorno al blocco di marmo latteo di Amore e Psiche, ma Penelope improvvisamente mi riporta alla realtà:

— Amore tu riesci a capire perché tanta armonia e bellezza non ci salvano dalla nostra pazzia che produce morte, conflitti e dolori in modo copioso e gratuito?

Perdo ogni contatto con l’esterno, entro in quella sua espressione che passa nell’attimo di una giravolta di brezza dalla felicità più preziosa all’inquietudine più profonda: — Penelope, me lo chiedo ogni giorno e non trovo risposte. Le ho cercate nell’arte, nella politica, nella filosofia, ma alla fine resto con un pugno di mosche in mano. Forse siamo noi stessi l’errore, il fallimento perpetuo, vorrei capire qualcosa di più.

— Basterà l’amore nostro a farci galleggiare in questa vita cosi tremendamente difficile?

— Si tesoro, sii positiva, noi ne mettiamo in un piccolo salvadanaio una briciola al giorno per i giorni magri.

L’espressione di lei si apre in un potente sorriso che avrebbe sciolto un ghiacciaio e io l’abbraccio forte.

Dentro di me, nel punto più profondo e oscuro del mio essere, resta quella domanda che mi tormenta, ma oggi non voglio pensarci più.

Il resto della giornata trascorre tra i lucchetti di Ponte Vecchio e i venditori di orecchini di rame a cinque euro, non quelli da parata esposti nelle vetrine tirate a lucido. Evitiamo con attenzione maniacale le gelaterie di spuma chimica dai gusti improponibili del Puffo blu e della Puffa rosa e le pizze veraci di gomma colorata.

A sera il divano di casa ci aspetta infreddolito. Mi tornano ossessivamente in testa quelle parole della mattina sulla crudeltà umana in contrasto con quell’effluvio di bellezza e inizio a agitarmi senza dimostrarlo a Penelope.

Mi alzo, ormai è ora di dormire, domani il duro lavoro ci aspetta dopo questa parentesi di liberta. Il mio sguardo si posa sulla luna che già si mostra baldanzosa sopra il tetto del condominio di fronte.

E’ invitante e limpida, a occhio nudo si può fantasticare facilmente sui suoi crateri che da qui sembrano pozze di acqua sporca sui marciapiedi.

Resto a osservarla ben sapendo che non potrò simulare a lungo queste mie inquietudini perché per Penelope sono una lastra di cristallo trasparente e di me coglie ogni sfumatura d’animo, ogni possibile increspatura d’umore.

Allora non mi resta che salutarla con un lungo bacio e provare a addormentarmi.

Le notti di luna piena donano sogni che trascinano fuori da ogni schema di razionale comprensione. Mi volto e mi rivolto senza pace sotto al lenzuolo, sudario muto delle mie angosce. Penelope ancora sta leggendo sul divano, i grilli sono gli unici testimoni del tempo che sta per cadere all’indietro nei millenni senza fine.

C’è un punto di luce intenso, m’avvicino, la luce si squama, mi attraversa la retina e vedo riflesso il dedalo sottile di miei capillari oculari. Sono interamente assorbito dalla sorgente della luce …

 

II

 

… La mongolfiera entra in una nuvola gigante, dentro distinguo chiaramente una grande porta di mogano. E’ pesante, fa resistenza, ma insisto e si spalanca cigolando. Al di là si apre la storia possibile, ciò che non e stato, ma che sarebbe potuto essere.

Tutta la nostra esistenza è fatta dal succedersi di convogli di nuvole che il soffio delle nostre scelte allontana o avvicina. A nuvola succede nuvola e tutte le nuvole fuse dalle scelte degli uomini determinano la direzione del corso della storia così come la conosciamo. Intanto, però, le nuvole di scarto si sono spinte in altre direzioni e hanno creato una narrazione parallela, in cui impaziente voglio entrare.

Sono molto emozionato, avanzo in questa dimensione con sempre maggior leggerezza di corpo e di cuore, sotto di me si apre un nuovo mondo possibile.

La Chiesa è rimasta assemblea, comunità di uomini e donne libere attorno a un fuoco e a una croce di legno, segno dovunque della sua presenza. Al più qualche cappella con mattoni cotti e cori di popolo. Sento voci di pastori, di allevatori di maiali, di artigiani, di commercianti, di donne e di innumerevoli bambini strillanti. Vedo gli occhi lucidi di chi ha l’amore impresso dentro e non è più costretto a riunirsi in una fredda catacomba.

Ci sono case grandissime circolari e il tetto spiovente non copre il centro dove più famiglie fanno cena intorno a un tavolo mettendo in comune cibo e vino, sotto l’algida luce di una luna piena obesa di gioia. Negli spicchi della costruzione ogni famiglia dorme e alloggia, i lavori domestici sono svolti dagli uomini e dalle donne insieme. Ognuno mangia e beve per quanto ha bisogno e gode di briciole d’eterno nei ritmi lenti del lavoro e nei ritmi succulenti dell’amore, arte sublime per avvicinarsi al mistero della creazione. Un’arte per tutti priva della sozzura del possesso, dello sfruttamento, del ricatto sessuale, un’arte in cui ognuno può denudare anima, carne e cuore senza il pericolo di essere squartato nella fiducia donata.

La proprietà privata sembra non esistere perche i campi non hanno muretti a secco o cancellate e le città non hanno ponti levatoi, mura spesse e chiavistelli. Ci sono grandi depositi di grano e di prodotti della terra e tutt’attorno è un formicolare di gente e somari che portano o prelevano merce barattando ciò che a ognuno manca con quanto gli abbonda. Le strade e i ponti sono beni comuni. Se un argine crolla la comunità si mobilita e ognuno contribuisce con la sua dote di tempo, di forza o di conoscenze tecniche alla sua ricostruzione, non è stato ancora scritto il codice degli appalti e il manualetto delle tangenti sui lavori pubblici. La storia non si è abbarbicata intorno a quel sistema di falsi valori creato dai maschi a proprio uso e abuso: stato – nazione, onore, guerra e religione che hanno condotto la processione surreale dell’umanità sull’orlo del precipizio a meno di duemila anni dalla sua morte.

Vedo la terra di Gesù, la sua amata Palestina rigogliosa di pompelmi, cedri e agrumi, macchie di gundelia e carezze di mandorle sgusciate. Non ci sono muri, check-point, case sbriciolate da vendette su vendette da perdere il conto e droni intelligenti che abbracciano missili stupidi, improvvisi rutti di tuono negli occhi adulti dei bambini di Gaza. Che destino infame! Proprio la terra dove Gesù è nato, è scappato al Tempio, ha predicato, ha risorto, ha dato la vista, ha perdonato. Proprio questa terra ora è morta, cieca e infame coi suoi figli, costretti in cattività, diffamati, umiliati da un usurpatore senza memoria. Quella croce ingiusta piantata sul Golgota è entrata come una scheggia nel cranio e non permette di vedere oltre al dente per dente e all’occhio per occhio. Non scorgo fili spinati, confini, guardie armate, tagliagole invasati e marines rapati, sconosciuti a questa civiltà. Non tossisco il fumo nero del carbone che intabarra il cielo di morte, il grido dei pesci soffocati dalla plastica o il gemito del maiale fulminato nei macelli industriali.

Devo scendere per capire, vedere meglio, incontrare chi abita questa vita possibile.

 

V

 

Mentre lacrimo questi pensieri la terra sotto ai piedi inizia a oscillare e ad aprirsi come sabbia mobile, senza la possibilità di esercitare nessuna opposizione. Sono profondamente impaurito e inizio a tremare, finché non precipito dentro a una stretta voragine. E’ un profondo cono scuro che si restringe attorno a me. Sulle pareti passano filmati in bianco e nero che, data la velocità della caduta, riesco solo a cogliere per alcuni fotogrammi e voci. Ecco i baffi maledetti di quell’ometto in camicia grigia che si muove a scatti come in un film muto: Adolf Hitler, il caporale del demonio. Marcette di stivali neri, schiere di giovani inquadrati, biondi, ariani, sorridenti e spietati. Sulla parete opposta case bruciate, uomini e donne a testa bassa sputati e insultati, sbeffeggiati, spintonati e qualcuno già a terra in un bagno di sangue. Scendo ancora e il cono si rimpicciolisce: le scene si fanno più chiare e vicine, la troppa luce quasi mi acceca. Esplosioni di bombe, artiglieria pesante spaccano i miei timpani già provati da questa caduta senza fine. Prigionieri inglesi di qua, tedeschi nell’altro schermo, le stesse facce perse e incavate, le mani alzate, deserto di sfondo e dune, carri armati bruciati e puzza vomitevole di benzina, ghiaccio e piedi in cancrena dall’altra parte, insieme a colonne di fumo nero che violentano la purezza della neve fresca nelle pianure russe.

Credo che sia la fine, mi porto le mani alla testa in un gesto estremo di protezione degli occhi. All’improvviso tutto si spegne e il buio impenetrabile mi attanaglia la gola. Passano forse pochi secondi che mi sembrano anni, tutt’attorno la luce del giorno mi fa sobbalzare. I miei occhi, ancora stretti iniziano ad aprirsi tra le fessure delle dita. Sono seduto vicino a un tronco di un albero lungo un viale sconosciuto. Davanti a me scheletri di case, macerie, tetti diroccati, corvi sui tetti e uomini sotto i tetti al lavoro per spostare tegole e caricare su grandi camion detriti e pezzi di mobilio spaccato. Le poche auto e biciclette che s’incrociano lungo le due ampie corsie emanano un senso di ansia e precarietà, così come i volti dei passanti tirati e incupiti, che procedono intabarrati a sguardo basso. Nel prato spoglio e secco tracce di una passata nevicata. Una sirena lancinante mi passa lo sterno da parte a parte, la riconosco: è l’allarme per l’imminente bombardamento aereo, quello che decine di volte mia madre mi ha raccontato e che decine di altre volte ho rammemorato in tv. Devo fare qualcosa, subito, devo alzarmi e cercare un riparo. Poco oltre la siepe dietro di me si apre un palazzo imponente, qualche crepa lo percorre, alcune zone sono puntellate da strutture in ferro e dall’interno provengono voci concitate, tante voci giovani e in frenetico movimento. Sul frontale leggo: “Ludwig-Maximilians-Universitat Munchen”. Mi precipito dentro dagli scalini bassi della grande entrata, le porte sono spalancate e nell’alto ingresso due uomini in divisa stanno impartendo secchi ordini a decine di studenti che veloci e in silenzio s’avviano verso i sotterranei. Altre decine invece stanno ancora scendendo da destra e da sinistra larghe scale in marmo bianco. Mi unisco a loro e inizio a percorrere un ambiente umido scarsamente

illuminato con ai lati porte chiuse. A pochi passi da me procede senza apparente tensione una giovane studentessa, i capelli castano chiari le sfiorano le spalle minute ricoperte da una camiciola bianca di cotone col colletto allacciato, dello stesso colore del bocciolo di rosa che spunta poco sopra l’orecchio destro. La seguo convinto, mentre alcuni gruppi di ragazzi si staccano dall’indistinta marea per entrare in stanze. Porte pesanti iniziano a chiudersi, mentre in lontananza riconosco il rombo pesante delle fortezze volanti pronte a martellarci col loro carico di morte. Siamo rimasti in pochi, io continuo a seguirla ormai completamente ipnotizzato. Lei estrae dalla tasca della gonna una chiave e apre un portoncino. Altre scale, ora strette e ancora più buie. Il suo amico accanto accende una torcia, il cuore palpita a mille: ci guardiamo. I ragazzi mi circondano e mi fanno cenno di seguirli. Non ho alternative, il primo confetto esplosivo annuncia l’inizio della festa degli orrori con un sibilo, poi il tonfo ci sorprende impreparati. Giungiamo in una piccola cantina e la porta si chiude a chiave dietro di me.

Attorno alla torcia cinque sagome, dieci occhi trafiggono i miei. Inizio a parlare dopo essermi presentato: — Scusate ragazzi per la mia presenza, non temete. Non sono tedesco, non sono una spia. Se vi raccontassi la mia storia vi sembrerebbe incredibile, come sembra incredibile a me. Spero di andarmene il prima possibile, ma, credetemi, non dipende dalla mia volontà. Sto attraversando epoche e situazioni in balia di una forza a me estranea. Vi prego credetemi.  La ragazza risponde prontamente: — Mi sembri sincero, forse un po’ pazzo, ma in fondo chi di noi non lo è? Non ti ho mai visto da queste parti quindi non temo le tue azioni. In questi mesi abbiamo imparato bene che dobbiamo sempre guardarci dalle persone conosciute, dai professori o dagli studenti troppo brillanti e sicuri di sé, dai vicini di casa, perfino da cugini e parenti, non dagli ignoti che non possono denunciarci. Mi chiamo Sophie Scholl (1) questi sono mio fratello Hans, i nostri amici Christopher Probst, Alex Schmorell e Wilelm Graf.

Mi rincuora poter sorridere e stringere mani dopo tante tristezze.  Vedo nei loro occhi scintille di umanità non rassegnata all’abbruttimento. Faccio cenno alla mia vita, mi rilasso, mi sembra di conoscere quei giovani da anni. Noto che anche loro, dopo un’iniziale diffidenza, iniziano a respirare con maggior sollievo. Oggi la razione di confetti esplosivi è particolarmente abbondante e avremo tempo per stare qui stretti in

questa trappola per topi. In fondo alla stanza una scrivania con decine di fogli scritti e, allineate sulla destra, due risme di carta candida.

Sophie riprende: — Noi abbiamo battuto la testa contro al muro di menzogne, violenza e brutalità del regime di Hitler. Eravamo ragazzi come tutti quelli che hai visto scendere le scale vicino a te, inquadrati, muti e obbedienti. Ero adolescente quando hanno iniziato a disegnare le stelle di Davide sulle vetrine dei negozi ebrei, quando hanno iniziato a incendiare le loro case e malmenare gli zingari, gli omosessuali e i comunisti. Avevo diciotto anni quando hanno invaso la Polonia inerme, mi sono detta che non si poteva restare ancora in silenzio a condividere questo marciume. Ognuno deve rispondere alla propria coscienza di uomo e non può vivere nella paura, nel terrore o peggio nella complicità con questo demone baffuto e con i suo aguzzini. Frequento questa università dallo scorso maggio, quando ho raggiunto mio fratello e i suoi amici. Abbiamo iniziato subito a scrivere degli appelli a tutti i connazionali perché s’interrompesse la discesa del nostro popolo in un baratro di nefandezze senza ritorno. Ne abbiamo spedito un buon numero, andando a copiare gli indirizzi dall’elenco del telefono.

Hans la interrompe ridendo: — Sì, sì, pensa che ne sono arrivati alcuni anche alla Gestapo e loro hanno aperto subito un’indagine che non ha portato da nessuna parte. Chissà se hanno avuto il coraggio di leggere ogni riga o se hanno strappato tutto presi dal terrore e dall’odio come marionette del maligno. Io e gli altri amici alla fine del primo semestre universitario siamo stati inviati al fronte russo negli ospedali da campo. Non ti sto ora a raccontare la pena, la disperazione, l’impotenza di fronte a questa tragedia. I tre mesi in Russia ci hanno solcato profondamente i cuori e ci hanno invecchiato di trent’anni, ma hanno moltiplicato la nostra forza per reagire.

Interviene Alex: — Infatti, durante il ritorno a Varsavia, io, parlando il russo, sono riuscito a comunicare con alcuni operai e contadini. Di fronte al tribunale, una guardia stava prendendo a calci un contadino già steso a terra. Sono scattato, allora, senza pensare alle conseguenze e mi sono gettato su quel mio coetaneo in divisa. C’è  mancato poco che finissi i miei giorni la, processato dal tribunale militare.

Sophie si passa la mano tra i capelli, facendo cadere la sua rosa candida: — Intanto in quei mesi ritornata a casa a Ulm ho lavorato all’interno di una fabbrica di armamenti violentando la mia coscienza ogni giorno, ma dovevo mangiare anch’io e non potevo più contare sull’aiuto di mio padre che era stato condannato a quattro mesi di carcere per avere insultato Hitler pubblicamente. In fabbrica facevo sabotaggio: da sola rallentavo volutamente il lavoro fingendomi maldestra e imbranata e attirandomi l’odio di tutti, soprattutto del caporeparto. A novembre ci siamo ritrovati in Università, determinati a estendere la nostra azione. Ogni notte lavoriamo nella stanza in affitto di mio fratello con la macchina da scrivere e il ciclostile a manovella. Per restare svegli di giorno prendiamo degli eccitanti rubati nelle cliniche militari. Ci sta scoppiando lo stomaco. Siamo riusciti a creare una vasta rete di contatti anche con viaggi fatti da Stoccarda, da cui ho spedito ottocento volantini, fino ad Amburgo, spingendoci poi anche nella super militarizzata Berlino. Abbiamo lasciato volantini dappertutto: sulle panchine al parco, sui sedili degli autobus, in stazione ferroviaria. Stiamo provando a scuotere la massa dei nostri concittadini da questo orrore, la cui fine dovrà passare per una sconfitta bellica e per altri numerosi lutti. Immagina cosa potremmo fare se a migliaia d’improvviso i giovani si rifiutassero di imbracciare i fucili, di partire per qualsiasi fronte, di ammazzare donne e uomini come zanzare. Vedi quella valigia dietro ad Hans?

Annuisco col capo, completamente conquistato da quel racconto di coraggio e grandissima umanità.

— Guardala, e piena di quasi 1.800 volantini che questa mattina ci siamo trascinati fin qui. Oggi diciotto febbraio 1943 segna una data di non ritorno. Prima del riavvio delle lezioni, complice la confusione di questi pochi minuti, li distribuiremo davanti alle porte delle aule deserte, sui davanzali e sulla scalinata all’entrata. Tu ci assicuri che non proferirai parola con nessuno del nostro incontro?

— Certo, ragazzi. Sono consapevole che vi condannerei a morte. Vi ammiro profondamente per il vostro coraggio, per la lucidità dei vostri pensieri e delle vostre azioni e perché avete accettato la morte come effetto collaterale della vostra lotta. Nel fiore degli anni, del vigore, della voglia di vivere e di amare, avete maturato la certezza che questa non è vita. E’ una grande lezione per me che mi porterò dentro. Sono certo che tra poco i nostri destini divergeranno. Per favore lasciatemi una copia di questi vostri scritti da conservare come cosa preziosa.

Hans si avvicina alla valigia e mi porge alcuni fogli. Lo ringrazio con un cenno, intanto i tuoni del bombardamento sono cessati, ma ancora non si percepiscono voci o passi sulla nostra testa. Il nostro tempo è finito, cosi abbraccio uno a uno quei giovani con la lacerante certezza che non li rivedrò mai più. So che il loro destino è tristemente scritto tra le righe delle loro denunce.

Sto per uscire, ma mi volto di scatto: — No, vengo con voi: due mani in più saranno utilissime e il tempo a disposizione è pochissimo …

 

VI

Passato un tempo indefinito percepisco un forte dolore al collo, i piedi sono due pezzi di ghiaccio come le mani. In lontananza mi raggiunge il rassicurante tintinnio di piatti e posate.

Sono in una stanza che potrebbe essere una ricca villa di campagna, finalmente non vedo morte attorno a me. Un desco imbandito con la tovaglia candida delle feste mi aspetta; una sedia soltanto e libera, quella del capotavola. Sul lato sinistro stanno seduti ragazzi e ragazze, forse liceali. Il mio sorriso passa in rassegna i loro occhi che sembrano in serena attesa.

— Chi siete ragazzi?, inizio.

Una di loro prontamente: — Sono Letizia, siamo i tuoi figli mai concepiti, i frutti mai sbocciati di tante notti di luna piena. Siamo la tua gelatina che bolle copiosa, annodata dentro a un budello di lattice in cui qualcuno ha ovulato dentro la vita. Quel budello si è fatto pallone rigonfio fino a scoppiarci fuori e ora siamo qui. Siamo cresciuti in queste stanze, sospesi a mezz’aria tra il tuo mondo e il nostro non mondo.

Sono tanti, sono bellissimi e mi guardano con emozione. Sul volto di ognuno m’impegno a trovare un particolare di me: un sopracciglio folto, o la fossetta del mento pronunciata, oppure una sfumatura dell’iride. Mi siedo di scatto, il mio cuore in forte disordine cerca di recuperare un ritmo sostenibile nel pentagramma scarabocchiato delle sue pulsazioni.

Dirigo il mio sguardo ora dalla parte destra del tavolo. Donne di diverse età stanno sedute con le mani allineate e aperte sul tavolo. S’alza un coro: — Non ci chiedi chi siamo? Non ci hai nemmeno guardato! Noi siamo le donne che hai desiderato nella saetta di un pensiero di strada e da solo nel buio della tua stanza hai amato follemente. Siamo quelle che ti hanno concesso un degno riposo dopo la passione. Siamo noi, le indegne a essere ingravidate a cui soffocare il piacere quando come un rapace scivolavi via dai nostri tendini tesi nell’amore dopo averci ghermite. Siamo anche quelle che hanno scostato leste il loro ventre da te nell’attimo esatto della tua piccola morte, lasciandoti sfinito nel lago freddo della tua incontinenza.

Le mie lacrime scendono rapide sulle guance: non vorrei vedere oltre, non vorrei sentire altro. Passano in rassegna confusa davanti al mio sguardo fotogrammi di vita vissuta, stralci di pensieri abortiti, diari di rimpianti e cene di risate grasse tra amici alticci. Con gli occhi lucidi e il naso inumidito inizio: — Non ci saranno mai parole sufficienti per ringraziare tutte voi, donne non mie, per aver sbocciato non vite così meravigliose nonostante la mia pigrizia, la mia avarizia, il mio imperdonabile egoismo. Vi chiedo di aiutarmi, di aiutarci cari figli miei senza carne. Siamo vicini al capolinea del pianeta, ma non ce ne vogliamo occupare.

Un ragazzo riccio di capelli e di testosterone procede verso di me e mi apostrofa: — E se io non volessi andare a sbucciarmi le ginocchia sul cemento? Perche sarei obbligato a catapultarmi giù da questo tranquillo balocco, da questa bolla di pace? Per precipitarmi dove? Giù da te, per smarrirci tra voi adoratori di vitelli grassi, di falsi dei che pretendono il sacrificio di milioni di uomini affinché qualche centinaia viva nell’oro? Non vedo chiari segnali all’orizzonte, solo qualche tenue luce che prova ad accendersi in mezzo a un mare olio di banalità. Il vostro pensiero dominante ha decretato l’attuale organizzazione sociale come l’unica possibile e non vede oltre alla punta del proprio naso, continua a girare intorno agli stessi concetti masticati fino alla nausea. Un’organizzazione sociale responsabile di un’ingiusta selezione della specie dove il bianco benestante sta in cima alla piramide della sopravvivenza senza accorgersi che, continuando con questo ritmo di sfruttamento del pianeta, anche lui sarà soggetto all’estinzione per stupidità …

Da questo osservatorio privilegiato avrei voluto vedere un po’ di fantasia a sperimentare nuove strade perché non si possono scialare cosi anni di parole e tonnellate di carta, deforestare ettari di oasi verdi per convincersi che tutto funziona bene, per organizzare congressi, per difendere l’indifendibile o, al contrario, per denunciare che non c’è futuro per questo tipo di organizzazione sociale, e poi? Poi nulla di concreto …

Giù sulla terra avete bisogno di iniziare a costruire l’utopia giorno per giorno, mattone per mattone senza scuse o rinvii. Ascoltami perche sotto sotto ti voglio bene. Se non rifate tutto daccapo, se non ripartite da zero non potete rinascere a nuovo e realizzare una società dove ognuno si senta orgoglioso di vivere. Non ho ricette da master chef da suggerirti, ma tutto quello che finora è stato realizzato e inemendabile, pena la vostra scomparsa dalla storia. Bisogna osare e vedere l’effetto che fa smontando pezzo per pezzo la vostra organizzazione sociale e ripensando profondamente agli Stati Nazione con i vostri ridicoli confini. Siete pietosi da qui con i vostri soldatini che sfilano come nei giocattoli dei ragazzini, con le divise mimetiche, i carri armati e le medaglie. Diventate adulti per davvero.

Iniziate dalle cose più semplici: un passaporto universale con lo stesso valore e gli stessi diritti per ognuno dei sette miliardi e mezzo di uomini che potranno scegliere liberamente dove e con chi vivere, organizzandosi in comunità di scambio e reciproco

soccorso. Siete connessi in pochi secondi da parti opposte del globo, bevete tutti le stesse schifezze, ma solo per una fortunata minoranza di voi esiste la libertà di scegliere dove vivere, dove lavorare, dove far crescere i propri figli. Per tutti gli altri esistono solo esistenze da schifo, giorni da maledire e morti precoci da invocare …

 

VII

 

— Buongiorno amore, sveglia! Hai parlato nel sonno, ti sei agitato molto questa notte, come non ti succede mai. Il tono dolce della mia compagna fa da sottofondo allo sgorgare familiare e rassicurante della caffettiera. I suoi polpastrelli freddi accarezzano le mie labbra ancora chiuse.

Con un occhio aperto e l’altro che rifiuta di arrendersi al raggio di luce che mi colpisce dalla tapparella provo a unire qualche parola a senso: — Sì amore, sono stati dei sogni impegnativi. Ricordo tutto come se avessi vissuto quelle situazioni sulla mia pelle. Sono Stanco, sporco e a pezzi …

A passi d’automa inizio il percorso delle azioni quotidiane, meccaniche e comandate.

Entro in autobus rimestando ancora i tasselli della notte, mentre i primi raggi di sole scintillano sulle rotaie affilate. Giù, sotto al ponte, si snodano chilometri di binari e tonnellate di vite s’intrecciano e si confondono: nessuno conosce la propria destinazione, perché l’orizzonte della vista s’infrange su una banale linea retta che non va oltre all’acciaio della stazione. Riacciuffo lo sguardo perso fuori dal finestrino e lo rivolgo all’interno del tubo di lamiera. A pochi passi da me vedo un uomo che potrei essere io allo specchio, stesse prime rughe sulla mascella, stessi capelli bianchi sulle basette, stesse lenti spesse su una leggera montatura squadrata, i capelli mossi  e

il profilo miope con cui convivo da oltre quarant’anni. Quel profilo sembra in ogni istante scrutare gli altri con un sovraccarico di superiorità, ma in realtà è solo un accomodamento dello sguardo dovuto alla forte miopia, almeno credo. Anche il labbro tagliato sottile e il naso evidente sono inconfondibili. Certo che io e lui a fascino possiamo competere col peggior incubo di Brad Pitt!

Dopo la notte trascorsa, questo incontro inaspettato con un secondo me non mi meraviglia più di tanto. Prevale la curiosità di sapere di più, di conoscerlo, anzi di conoscermi dal vivo, come non è possibile fare davanti a uno specchio immobile …

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(1) La coraggiosa, non violenta e “intellettuale” esperienza della Rosa Bianca è stato uno straordinario episodio di ribellione all’orrore nazista: nell’estate del 1942, un gruppo di studenti dell’Università di Monaco di Baviera, capitanati dai fratelli Sophie e Hans Scholl, decide di reagire alla  barbarie del regime stampando in proprio e distribuendo volantini clandestini.  I messaggi che i giovani diffondono si ispirano all’obbedienza ai valori della propria coscienza, al rispetto e all’uguaglianza degli uomini, miscelando riferimenti alla civiltà classica e alla letteratura romantica: attraverso la cultura, che eleva la condizione umana, gli studenti nascosti dietro lo pseudonimo “Die Weisse Rose” (“La Rosa Bianca”) cercano uno strumento di opposizione alla mostruosità del loro tempo e chiamano alla corresponsabilità col malvagio dittatore tutto il popolo tedesco che non aveva reagito al regime. La protesta ha una tale eco da costar loro, una volta scoperti e imprigionati, la condanna a morte al termine di un fulmineo processo-farsa. Sophie Scholl è ghigliottinata il 22/02/1943 e poco dopo tutti gli altri componenti del gruppo, di cui fa parte anche il professore universitario Kurt Uber. Anche poco prima dell’esecuzione non ha mai esitazioni o ripensamenti rispetto alla scelta di responsabilità personale ed etica contro il regime nazista. Nei suoi diari scrive: “Ho imparato che un animo forte senza un cuore tenero non porta ad alcun frutto; lo stesso vale per un cuore tenero senza l’animo forte […] Una parola di cui l’anima non fa esperienza è una parola morta. E un sentimento che non sia il grembo di un pensiero è inutile”.

 

Riguardo il macchinista

Bartolomeo Bellanova

Bartolomeo Bellanova pubblica il primo romanzo La fuga e il risveglio (Albatros Il Filo) nel dicembre 2009 ed il secondo Ogni lacrima è degna (In.Edit) in aprile 2012. Nell’ambito della poesia ha pubblicato in diverse antologie tra cui Sotto il cielo di Lampedusa - Annegati da respingimento (Rayuela Ed. 2014) e nella successiva antologia Sotto il cielo di Lampedusa – Nessun uomo è un’isola (Rayuela Ed. 2015). Fa parte dei fondatori e dell’attuale redazione del contenitore online di scritture dal mondo www.lamacchinasognante.com. Nel settembre’2015 è stata pubblicata la raccolta poetica A perdicuore – Versi Scomposti e liberati (David and Matthaus). Ė uno dei quattro curatori dell’antologia Muovimenti – Segnali da un mondo viandante (Terre d’Ulivi Edizione – ottobre 2016), antologia di testi poetici incentrati sulle migrazioni. Nell’ottobre 2017 è stata pubblicata la silloge poetica Gocce insorgenti (Terre d’Ulivi Edizione), edizione contenente un progetto fotografico di Aldo Tomaino. Co-autore dell’antologia pubblicata a luglio 2018 dall’Associazione Versante Ripido di Bologna La pacchia è strafinita. È uno dei promotori del neonato Manifesto “Cantieri del pensiero libero” gruppo creato con l'obiettivo di contrastare l'impoverimento culturale e le diverse forme di discriminazione e violenza razziale che si stanno diffondendo nel Paese.

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