Bororo (Loretta Emiri)

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L’arte plumaria, cioè la confezione di artefatti a partire dall’utilizzo di penne di uccelli, è fra le manifestazioni artistiche più espressive degli indios brasiliani. Le materie prime usate sono sostanzialmente le stesse, ma ogni società indigena ha sviluppato un suo stile; tanto che attributi peculiari quali forme, associazioni di materiali, combinazioni di colori, procedimenti tecnici, ci permettono di stabilire la provenienza degli artefatti. Utilizzati soprattutto come ornamenti corporali, elementi plumari possono anche essere applicati ad armi, strumenti musicali, maschere. La loro funzione non è meramente decorativa; sono codici che, attraverso un linguaggio non verbale, trasmettono informazioni su sesso, età, appartenenza clanica, posizione sociale, importanza cerimoniale, incarico politico, grado di prestigio di chi li usa. Nella duplice qualità di raffigurazione e ornamento vengono usati in cerimonie e rituali, che sono campi simbolici per eccellenza delle culture umane. In passato denominati anche coroados, che significa incoronati, i bororo abbinano penne lunghe a supporti rigidi, tecnica che conferisce un aspetto grandioso, monumentale, agli artefatti plumari. Un determinato copricapo da loro prodotto è intimamente associato all’idea della morte. Potendo durare fino a due mesi, il funerale è il rito bororo che più impressiona per bellezza e complessità.
Conobbi due ragazze e due giovani bororo durante un corso di formazione per maestri indigeni. Fino a quel momento possedevo un’unica notizia riguardante il loro popolo. Il 15 luglio del 1976, una sessantina di invasori dell’area indigena avevano fatto irruzione nella missione salesiana di Meruri. Avevano assassinato padre Rodolfo Lunkembein e Simão Bororo e ferito altri quattro individui, tutti disarmati. Nella confusione della sparatoria era morto anche il figlio di uno degli invasori. Nella storia contemporanea delle missioni in Brasile, era la prima volta che un religioso veniva ammazzato per essersi schierato a fianco degli indios nella difesa delle loro terre.
Durante il corso, varie volte i maestri bororo presero la parola, introducendoci a vita e cultura del loro popolo. Particolare interesse suscitò un cartellone realizzato durante un’attività di gruppo. Era una vera e propria sintesi etnologica, che ci venne svelata con dovizia di particolari. Fra l’altro, apprendemmo che la disposizione del villaggio bororo è circolare; che la società è composta da metà esogamiche e cerimoniali le quali, orientate dall’asse est-ovest, occupano il villaggio tagliandolo in due; che queste metà sono divise in clan e sottoclan con prerogative e doveri ben definiti; che durante i complessi riti funebri le differenti categorie sociali si uniscono per svolgere ruoli complementari, con ciò ottenendo che proprio nel drammatico momento della morte il gruppo instauri nuove alleanze e rafforzi la sua coesione.
Per aver opposto una tenace resistenza contro gli invasori, i bororo vennero definiti barbari e indomabili, e ripetute spedizioni vennero organizzate per punirli e sottometterli. Essendosi rivelato dispendioso e poco efficace l’uso delle armi, alla fine del XIX secolo venne organizzata una spedizione con l’obiettivo di stabilire relazioni pacifiche; alcune donne bororo che vivevano in città vennero indotte a farne parte, mentre i figli erano trattenuti in ostaggio: possiamo immaginare che non debba essere stato difficile per loro convincere il proprio popolo a deporre le armi ed allearsi con i bianchi. Documenti dell’epoca ci dicono che i borono erano circa diecimila. Una parte di loro venne riunita in due colonie militari; la convivenza “pacifica” che ne derivò portò alla promiscuità fra donne indigene e soldati, e alla fornitura gratuita di bibite alcoliche agli uomini. Quando conobbi i maestri bororo, questo popolo era ridotto a circa settecento individui e il suo problema più serio era l’alto indice di alcolismo, che coinvolgeva addirittura i bambini. L’autodenominazione del gruppo è boe, ma l’uomo bianco ha preferito indicarlo con una parola intrisa di morte: bororo deriva infatti da wororo, termine che designa il patio dove vengono realizzati i riti funebri.

Il brano “Bororo” è uno dei capitoli del libro “Amazzone in tempo reale”.

Foto in evidenza di Melina Piccolo.

Riguardo il macchinista

Loretta Emiri

La scrittrice Loretta Emiri è una delle macchiniste fondatrici e ha collaborato particolarmente al numero zero della rivista. Si è ritirata dal gruppo operativo a ottobre del 2016. È nata in Umbria nel 1947. Nel 1977 si è stabilita in Roraima (Brasile) dove ha vissuto per anni con gli indios Yanomami. In seguito, organizzando corsi e incontri per maestri indigeni, ha avuto contatti con varie etnie e i loro leader. Ha pubblicato il "Dicionário Yãnomamè-Português", il libro etno-fotografico "Yanomami para brasileiro ver", la raccolta poetica "Mulher entre três culturas". In italiano ha pubblicato i libri di racconti "Amazzonia portatile" (Manni, 2003), "Amazzone in tempo reale" (Livi, 2013) – che ha ricevuto il premio speciale della giuria del Premio Franz Kafka Italia 2013, “A passo di tartaruga – Storie di una latinoamericana per scelta” (Arcoiris, 2016), il romanzo breve "Quando le amazzoni diventano nonne" (CPI/RR, 2011). È anche autrice dell’inedito "Romanzo indigenista", mentre del libro "Se si riesce a sopravvivere a questa guerra non si muore più", anch’esso inedito, è la curatrice.

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