Blackface a scuola – “Non trattare il razzismo in classe – noi non siamo razzisti” a cura di Nick Garratt e John Austin Byrne, trad. S. Stievano

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Blackface a scuola

 ‘’Non trattare il razzismo in classe – noi non siamo razzisti!’’

A cura di Nick Garratt  e John Austin Byrne, traduzione di Sarah Stievano

 

 

 

Camminando per i corridoi percepisco tanto entusiasmo arrivare dall’aula della mia prossima lezione. Mi chiedo come mai i miei studenti siano così su di giri. Oggi tre di loro presenteranno l’opera teatrale “La tempesta” di Shakespeare, che parla di un personaggio chiamato Prospero esiliato su un’isola insieme alla figlia e un nativo chiamato Calibano, trattato come schiavo da Prospero. Entro in classe e vedo tanti cellulari che stanno fotografando un ragazzo a cui stanno dipingendo la faccia – di nero. Vogliono recitare alcune scene dell’opera di Shakespeare. Il ragazzo interpreterà Calibano, il mezzo mostro, lo schiavo. Gli studenti hanno deciso di raffigurare Calibano come Nero. Per farlo dipingono veramente il viso del ragazzo di nero.

Come insegnante cerco sempre di invogliare i ragazzi a mostrare la propria creatività e il loro spirito critico, piuttosto di rispondere solo a delle domande a scelta multipla di un test, che non reputa importante. L’entusiasmo che percepisco mi fa credere che stiano veramente imparando qualcosa.

Nelle settimane precedenti avevo cercato di fornire agli studenti un contesto e una spiegazione dell’opera. Avevamo imparato che Shakespeare era comproprietario di un’azienda in Virginia durante la prima fase del commercio transatlantico degli schiavi. Persone schiavizzate “ingrate” si ribellarono distruggendo parte della nave e del commercio dell’azienda di quel giorno.  Questa “mostruosità” portò Shakespeare a scegliere il personaggio per La Tempesta. Avevamo analizzato come i personaggi erano stati rappresentati nel corso degli anni, portando all’usanza del “blackface”. Alla fine di questa unità gli studenti avevano la possibilità di recitare l’opera con la loro interpretazione dei personaggi.

Mentre guardo spalmare quello che mi sembra crema di scarpe sul viso dello studente, percepisco un misto fra paura e rabbia. Non oso immaginare i titoli dei giornali di domani, se queste immagini dovessero diventare virali: “Insegnante promuove un progetto di Blackface in classe”. Verrei licenziato subito.

Ma questo non accadde…

Dove sono finito? Vivo in un posto dove un comportamento del genere è accettato? Alto Adige, Sud Tirolo. Una regione stupenda e avanzata che si preoccupa dei propri cittadini. Hanno un ottimo sistema sanitario accessibile a tutti, quartieri adatti alle famiglie e scuole incentrate sugli alunni. Però adesso in quest’aula non sono solo testimone di un ragazzo bianco che cerca di essere un ragazzo nero come Otello. Sta rappresentando un mostro come una persona di colore. Però si tratta solo di un ragazzino che probabilmente non si rende conto della portata delle sue azioni; cosa comune fra gli adolescenti.

Immagini del blackface di personaggi come Sambo, lo zio Tom e Jezebel mi passano per la testa. Dopo l’abolizione della schiavitù, molte persone non consideravano gli ex schiavi appena liberati come pari. Personaggi di colore (interpretati da attori bianchi con il viso truccato di nero) furono creati per rappresentare i “vicini” meno umani. Lo stesso pubblico faceva finta di non vedere le grandi sofferenze patite dai loro “vicini” a causa della segregazione, discriminazione e il linciaggio.

Sono arrabbiato. Cerca di non darlo a vedere agli studenti.

La mia educazione di americano bianco del ceto medio mi ha reso molto sensibile a queste immagini durante tutta la mia carriera scolastica. A scuola era normale guardare e leggere storie che trattavano la discriminazione razziale, ed ero convinto che era universalmente accettato che ovunque vivi devi rispettare le persone diverse da te. E anche se il ceto medio americano fa fatica a superare problematiche legate alla violenza della polizia verso la comunità nera, i “gruppi di odio” e la diseguaglianza economica fra bianchi e persone di colore, almeno però se ne parla.

Mantengo la calma rifacendomi agli obiettivi del progetto del gruppo. Chiedo: «Eh…avete valutato la scelta dei vostri costumi? Quali sono le vostro motivazioni per questa rappresentazione?»

Gli studenti rispondono: «Sì, volevamo vestirci come nella commedia originale che abbiamo visto la settimana scorsa.»

«Quindi volevate rappresentare il mostro come una persona nera?»

«Dai prof, è solo per divertirsi, noi ci vestiamo sempre così a carnevale.»

Procedo lentamente perché non voglio far trapelare il vero mostro dentro di me, scoraggiando così gli studenti ad essere creativi. Quindi decido di usare l’esemplificazione come un potente strumento di insegnamento, rifacendomi ai contenuti studiati in classe. Spiego loro che una volta attori bianchi si truccavano di nero a teatro, collegando il colore della pelle con tratti caratteriali intrinseci come l’uomo ipersessuale, donne della giungla promiscue o… mostri. Tuttavia la mia critica non viene recepita e gli studenti piangono per l’umiliazione subita.

La settimana seguente una madre chiede un colloquio. Entra sconvolta.

«Lei ha criticato il progetto di mio figlio.»

Rispondo: «Come parte del percorso formativo e considerando i criteri…»

Mi interrompe: «Il blackface non è razzismo, è solo una forma di divertimento innocente. Sono ragazzi. »

Continua senza farmi parlare… «La nostra famiglia non è razzista…noi adoriamo i libici.» A questo punto mi rendo conto che viviamo in due universi completamente diversi. Se ne va infuriate e sento «adoriamo I libici» riecheggiare nei corridoi….

Più tardi quella settimana, vengo convocato dalla direttrice. Mi dice di aver ricevuto delle lamentale da parte di alcuni genitori sui miei metodi di insegnamento. Mi consiglia inoltre di evitare argomenti come la razza.

Rispondo: «Signora direttrice, gli studenti si stavano pitturando la faccia di nero, la blackface!»

«Signor Garrat la nostra scuola non è razzista, non facciamo distinzione di razza!» Questa frase stava diventando un ritornello ricorrente.

Stavo iniziando a capire che c’era un grande divario culturale fra quello che io percepivo come palesemente razzista e quello che loro consideravano normale.

Alla fine dell’anno scolastico, la direttrice mi disse che l’anno seguente non sarei più stato richiamato come insegnate e che avevo parlato troppo di razza.

 

Per gentile concessione degli autori, ringraziamo Ivo Passler per aver indicato agli autori La Macchina Sognante.

 

Nick Garratt e John Austin Byrne sono entrambi insegnanti di inglese che vivono e insegnano inglese a Bolzano.

Riguardo il macchinista

Pina Piccolo

Pina Piccolo, la macchinista-madre, è una scrittrice e promotrice culturale calabro-californiana. Si imbarca in questa nuova avventura legata alla letteratura spinta dall'urgenza dei tempi, dalla necessità di affrontare la complessità del mondo, cose in cui la letteratura può dare una mano. Per farsi un'idea dei suoi interessi e della sua scrittura vedere il suo blog personale http://www.pinapiccolosblog.com

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