Arundhati Roy e Il sentimento antiamericano: Maria Zappia recensisce “Il mio cuore sedizioso”, parte II

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Estratti Da  “Il mio cuore sedizioso” di Arundhati Roy ,  ed. Guanda, 2019;

Arundhati Roy e  Il sentimento antiamericano”

 

La raccolta di scritti della famosa narratrice indiana Arundhati Roy che in Europa ha avuto un grandissimo successo con il romanzo dal titolo “Il dio delle piccole cose”,  premiato con il prestigioso Booker Prize, nell’anno 1997, rappresenta l’esito coraggioso ed indomito di un impegno militante che la scrittrice profonde in favore della propria patria: l’India. Il lettore ha la possibilità di cogliere le contraddizioni esistenti nel paese a tutt’oggi sospeso tra tradizione e modernità, con forti contrasti sociali e impellenti problemi legati alla coesistenza all’interno del vasto territorio definito non a torto “subcontinente” di popolazioni di origine etnica diversa. Ai problemi interni della nazione che nel momento attuale sembra aver accantonato gli ideali di pacifismo e integrazione predicati da Gandhi e mal assimilati dalla politica indiana degli ultimi decenni si aggiunge l’influenza delle ideologie imperialistiche americane sulla politica indiana. Si tratta di programmi neoliberisti che ad avviso della scrittrice determinano la perdita  di identità culturale per il continente indiano e costituiscono una minaccia per la democrazia. Così la Roy esordisce “Qual è il significato del termine antiamericano? Significa opporsi al jazz? Oppure alla libertà di parola? Significa non apprezzare Toni Morrison o John Updike? S’interroga la scrittrice. Oppure, dal lato impegno ecologista, sempre presente negli scritti dell’autrice essere antiamericani …significa forse detestare le gigantesche sequoie? L’equivoco in realtà si padroneggia con la riflessione e col distacco, col pensiero critica in effetti.   Nel libro vi è un’acuta disamina del rapporto tra politica americana e scelte economiche indiane all’indomani dell’11 settembre 2001. L’autrice afferma senza mezzi termini che il modello neoliberista è quello che si abbatte sui paesi in via di sviluppo esibendo una sorta di “sorriso stiracchiato”, finto e interessato dunque, pronto alla rapina. La lotta al terrorismo necessitata dagli attentati alle torri gemelle sarà il veicolo adatto all’infinita espansione dell’imperialismo americano – afferma la Roy.- E continua con un gioco di parole interessantissimo e ricco di contaminazioni culturali tra il significato di profitto in lingua urdu (una delle 22 lingue parlate in India)  e Al Quaeda.  In urdu la parola che equivale a profitto è “faeda”  “qaeda” vuol dire invece parola, parola di Dio e così secondo la Roy: in India è possibile, ironicamente ribattezzare la guerra tra integralisti e americani come la lotta di al-Qaeda contro al-Faeda, ovvero  il conflitto tra la parola sacra e il profitto. Ovviamente ad avere la meglio sarà al-Faeda, il profitto per l’appunto.

“Negli ultimi dieci anni di sfrenata globalizzazione neoliberista, il reddito totale del mondo è aumentato in media del 2,5 per cento all’anno. Eppure il numero dei poveri è aumentato di cento milioni. Delle cento maggiori economie mondiali, 51 non sono stati, ma multinazionali. Il reddito totale dell’1 per cento più ricco del mondo è uguale al reddito totale del 57 per cento più povero, e la disparità è in aumento. Ora, sotto la copertura sempre più vasta della guerra al terrorismo, questo processo è in via di accelerazione. I burocrati hanno una fretta indecente. Mentre le bombe ci piovono addosso e i missili Cruise solcano il cielo, mentre si ammassano armi nucleari per rendere più sicuro il mondo, si firmano contratti, si registrano brevetti, si costruiscono oleodotti, si saccheggiano le risorse naturali, si privatizza l’acqua e si minacciano le democrazie. In paesi come l’India, l’«aggiustamento strutturale» e la globalizzazione neoliberista affliggono la vita delle popolazioni. Progetti di «sviluppo», privatizzazione generalizzata e «riforme» del lavoro espellono i lavoratori dalle campagne e dalle industrie, con il risultato di una barbara spoliazione che ha pochi precedenti nella storia. Mentre nel mondo il libero mercato protegge spudoratamente le economie occidentali e costringe i paesi in via di sviluppo ad abbattere le barriere, i poveri si impoveriscono e i ricchi si arricchiscono. Nel villaggio globale la rivolta civile sta per esplodere. In paesi come l’Argentina, il Brasile, il Messico, la Bolivia e l’India, crescono i movimenti contro la globalizzazione neoliberista. Per contenerli i governi intensificano i controlli. I contestatori vengono bollati come «terroristi» e trattati come tali. Ma la rivolta civile non comprende solo marce, manifestazioni e proteste contro la globalizzazione. Purtroppo vede anche una deriva verso il crimine e il caos, verso la disperazione e la disillusione che, come la storia ci insegna e come abbiamo visto con i nostri occhi, diventano progressivamente un fertile terreno di coltura per il nazionalismo, il fanatismo religioso, il fascismo e, naturalmente, il terrorismo. Sempre più si diffonde la leggenda che il libero mercato abbatterà le barriere nazionali e che l’obiettivo finale della globalizzazione neoliberista è una sorta di paradiso hippy dove il cuore sarà l’unico passaporto e noi tutti vivremo insieme felicemente come in una canzone di John Lennon  (Imagine there’s no country……).

Tutte sciocchezze.

Il libero mercato non minaccia la sovranità nazionale, ma la democrazia. Mentre la differenza fra ricchi e poveri aumenta, il pugno invisibile sa perfettamente cosa fare. Le multinazionali a caccia di enormi profitti sanno di non poter sviluppare i loro progetti nei paesi in via di sviluppo senza l’attiva connivenza della macchina statale: la polizia, i tribunali, a volte perfino l’esercito. Oggi la globalizzazione economica ha bisogno di una confederazione internazionale di governi asserviti, corrotti e preferibilmente autoritari nei paesi più poveri, che approvino riforme impopolari e soffochino le sommosse. Ha bisogno di una stampa che finga di essere libera. Ha bisogno di tribunali che fingano di dispensare giustizia. Ha bisogno di bombe nucleari, di eserciti, di leggi più severe sull’immigrazione e di efficaci controlli costieri per accertarsi che siano solo i soldi, le merci, i brevetti e i servizi a essere globalizzati, non la libera circolazione delle persone, il rispetto dei diritti umani, i trattati internazionali sulla discriminazione razziale o sulle armi chimiche e nucleari, sulle emissioni dei gas serra, sul cambiamento del clima o sulla giustizia Come se anche un piccolo passo verso una forma di responsabilità internazionale potesse far crollare l’intera baracca.

Quasi un anno dopo l’avvio ufficiale della guerra al terrorismo sulle rovine dell’Afghanistan, paese dopo paese le libertà vengono limitate in nome della difesa della libertà, i diritti civili vengono calpestati in nome della difesa della democrazia. Ogni dissenso viene definito «terrorismo» e per affrontarlo vengono approvate leggi d’ogni tipo. I taliban sono forse scomparsi, ma il loro spirito e il loro sistema di giustizia sommaria stanno riaffiorando nei posti più disparati: in India, in Pakistan, in Nigeria, in America, in tutte le repubbliche centroasiatiche guidate da ogni genere di despota e naturalmente nell’Afghanistan governato dall’Alleanza del Nord con il sostegno degli Stati Uniti.”

E il paragrafo relativo al rapporto India/ Stati Uniti nell’opera della “sediziosa” Roy si conclude con un tuffo nella realtà, un tocco da scrittrice che non priva per nulla di vigore il pensiero civile dell’intellettuale impegnata a descrivere le brutture di certa politica e ad allarmare le coscienze per le conseguenze in termini di perdita di potere rappresentativo. Eccoci così assieme ad Arundhati all’interno di un centro commerciale indiano, così simile ad altri omologhi scatoloni pieni di mercanzie presenti in altre parti del mondo. Un centro commerciale sotto casa della scrittrice aperto ed invitante per “svendita di mezza stagione”che espone tutto ciò che è possibile acquistare col danaro contante. La tristezza è infinita ed il tono è solo apparentemente ironico. I beni descritti dalla Roy come oggetto di compravendita, messi in “saldo” sono varii e tutti molto importanti, tra di essi vi è persino la giustizia a significare che il profitto genera corruzione e speculazione in danno dei più deboli.

È tutto scontato – oceani, fiumi, petrolio, catene di small DNA, api impollinatrici, fiori, infanzia, fabbriche di alluminio, compagnie telefoniche, buonsenso, riserve naturali, diritti civili, ecosistemi, aria – ovvero tutti i 4.600 milioni di anni di evoluzione. Sono confezionati, sigillati, etichettati, prezzati ed esposti sugli scaffali (e non possono essere restituiti). Quanto alla giustizia, mi dicono che sia anch’essa in offerta. Con il denaro potete procurarvi il meglio che offre il mercato.

Ma vigile deve essere il ruolo dell’intellettuale, del militante. L’arte deve svergognare il potere, ridicolizzarlo afferma la Roy, la musica, la  letteratura, unite all’ostinazione ed al talento possono servire a rendere chiaro e limpido ciò che il potere si ostina a celare. E’ questa la finalità del narratore, quella di porre il talento nel narrare le storie a servizio della verità.

Arundhati Roy – Il mio cuore sedizioso – Guanda editore.

 

Immagine di copertina: Opera di Carl Heyward,  parte della mostra “The American heart of Winter” Benicia, California 2020.

Riguardo il macchinista

Pina Piccolo

Pina Piccolo, la macchinista-madre, è una scrittrice e promotrice culturale calabro-californiana. Si imbarca in questa nuova avventura legata alla letteratura spinta dall'urgenza dei tempi, dalla necessità di affrontare la complessità del mondo, cose in cui la letteratura può dare una mano. Per farsi un'idea dei suoi interessi e della sua scrittura vedere il suo blog personale http://www.pinapiccolosblog.com

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