ARGENTINA. TEATRO COMUNITARIO PER FARE MEMORIA (Anna Fresu)

venimos de muy lejos

TEATRO COMUNITARIO IN ARGENTINA – FARE MEMORIA

Rubrica sul teatro comunitario a cura della nostra collaboratrice Anna Fresu

Sono ormai trentacinque anni che in Argentina si parla di Teatro Comunitario. Nel 1983 nacque nel quartiere popolare de La Boca, a Buenos Aires, il gruppo Catalinas Sur al quale fece seguito El Circuito Cultural Barracas nel 1996. Dal 2001 i gruppi si sono moltiplicati in rapida successione fino a raggiungere il numero attuale di cinquanta e più in tutto il paese. 1983, 1996, 2001: tre date storiche con climi politici e sociali diversi che hanno avuto diverse ripercussioni su questa pratica teatrale.

Anni ‘80

Erano gli ultimi anni della terribile dittatura militare, instaurata il 24 marzo del 1976, anni in cui migliaia di persone furono arrestate, torturate, assassinate, fatte sparire o private della loro identità come nel caso dei figli dei desaparecidos; sette anni in cui la dittatura portò avanti una politica economica che impoverì notevolmente le condizioni di vita della popolazione, marcando ulteriormente la disuguaglianza fra ricchi e poveri e aumentando il debito interno del 600%. Nel 1982, principalmente allo scopo di “distrarre” dalle condizioni reali del paese e dalle efferatezze del regime, facendo appello a un facile nazionalismo, la dittatura coinvolse il paese nella Guerra delle Malvinas in cui l’Argentina venne clamorosamente sconfitta dalla Gran Bretagna e dai suoi alleati. Sconfitta che è ancora oggi una ferita aperta nel cuore degli Argentini. La sconfitta ebbe come conseguenza il collasso del regime che si vide costretto a proclamare libere elezioni e a rinunciare al potere.

È in questo clima di transizione verso la democrazia che cominciarono a reclamarsi nuovi spazi di espressione culturale liberi da ogni censura. Un segnale importante del cambiamento fu quando il gruppo Catalinas Sur, che sarà poi considerato il gruppo pioniere del teatro comunitario, si riunì per una grigliata nel quartiere e arrivarono gli elicotteri per controllare cosa stesse succedendo perché le manifestazioni pubbliche erano ancora proibite e vigeva ancora lo stato d’assedio.

Era il 1983, gli albori di quella che sarà la lunga esperienza di questo gruppo e delle sue prime produzioni (El Fulgor Argentino– Fulgore Argentino, Venimos de muy lejos – Veniamo da molto lontano). 

venimos de muy lejosAl suo fondatore e direttore del gruppo, il regista uruguaiano Aldhemar Bianchi, la scuola che frequentavano le figlie aveva chiesto di condurre un laboratorio teatrale per gli abitanti del quartiere. Il laboratorio si svolgeva all’aperto, in una piazza, dando il via a una lunga storia, ancora vitale.

“Tutto iniziò in uno scampato del quartiere, con una festa fra vicini, e sigillò in qualche modo questa cosa partecipativa, di celebrazione, di festa nello spazio pubblico, che è una delle caratteristiche principali del gruppo” come racconta lo stesso Bianchi, “Siamo nati sul finire della dittatura miltare, già indebolita dalla sconfitta delle Malvinas, però ancora in una situazione di stato d’assedio, e in questo caso il recupero dello spazio pubblico come luogo di vita e di celebrazione dello stare insieme, di risanare le paure provocate dalla repressione, rappresentava per la gente la necessità di essere parte e di partecipare”.

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Dopo anni di repressione e censura si dava il via a nuove esperienze di creazione collettiva con un’accettazione e un entusiasmo che fino da quel momento non avrà mai fine, anche grazie al lavoro e al costante miglioramento della qualità degli spettacoli.

Attualmente per la creazione degli spettacoli il gruppo conta sulla partecipazione di oltre trecento persone, con messe in scena sempre più complesse ed elaborate nei testi, nelle scenografie, nei costumi, nelle musiche, cori e balletti.

Questo nuovo modo di fare teatro si poneva fra le varie questioni quella di rappresentare il proprio “essere nazionale”, interrogarsi sulla complessità di sensazioni e traumi per capire che cosa significasse essere Argentini; interrogarsi sul passato per cambiare il presente.

Così si presenta il gruppo: “Siamo un gruppo di vicini che vediamo nel teatro la possibilità di comunicare con altri vicini. Attraverso il teatro, la musica e il circo, i pupazzi, cerchiamo di ricordare il valore delle nostre storie individuali e collettive e recuperare la memoria di chi ha creduto e crede in un mondo migliore”.

Questi principi nascono dalla convinzione che il teatro può cambiare la società quando uomini e donne portano avanti un progetto che non si lasci influenzare dalle mode di un mondo globalizzato ma si appoggi sulle proprie tradizioni e sulla propria storia e cultura. Il teatro è considerato una modalità per comunicare ma anche per resistere.

Negli spettacoli del gruppo si rispecchiano i diversi aspetti che costituiscono l’identità del quartiere e della comunità, non solo quelle portate dalle diverse correnti immigratorie europee del XIX secolo e degli inizi del XX, bensì quelli che sono il prodotto della sintesi culturale operata dalle varie mescolanze di origini ed esperienze. Grazie all’alto livello di qualità artistica e professionale, alla profondità dei temi trattati, alla popolarità e all’originalità dei linguaggi utilizzati, alla capacità di unire storie e generazioni differenti, il gruppo ha raggiunto un ampio riconoscimento sia a Buenos Aires che nel resto dell’Argentina e in molti altri paesi del mondo.

Come dice una loro canzone:

Perché oggi ci vogliono convincere che siamo sconfitti,

Perché oggi vogliono inculcarci la solitudine,

la nostra utopia continua ad essere presente

riunendo gente di qui e di là.

Finché avremo battiti di vita

ci sarà un motivo per celebrare

e Catalinas sarà ancora qui”.

Anni 90

Erano gli anni in cui il modelo neoliberale si stava ormai affermando in tutto il paese, anni da molti considerati come quelli di maggior individualismo, in cui le esperienze collettive e comunitarie stavano ormai ai margini. Erano però anche gli anni in cui sorse il movimento piquetero caratterizzato da picchetti montati in luoghi strategici per bloccare la circolazione nelle strade, in seguito ai licenziamenti dei lavoratori dellYPF (Yacimentos Petrolíferos Fiscales – Impresa Statale dei Giacimenti Petroliferi). Il movimento diede origine a cooperative e ad imprese autogestite che si occupano della costruzione di case popolari e alla produzione di beni e servizi di prima necessità, permettendo così una crescita notevole del settore delleconomia popolare.

BARRACASÈ in questo quadro che in un altro quartiere popolare di Buenos Aires, Barracas, si afferma nel 96 un altro gruppo di teatro comunitario, il Circuito Cultural Barracas, un progetto di arte comunitaria che, attraverso il lavoro collettivo, immagina e produce idee, valori e pratiche che costituiscano un ponte fra realtà, generazioni diverse e spazi geografici allinterno del quartiere. Anche in questo caso si tratta di fare memoria, di dare la parola a tutti, i vicini, le loro famiglie e i loro amici, le istituzioni di quartiere, gli organismi governativi, i commercianti e le imprese, gli studenti universitari e i ricercatori interessati a conoscere ed approfondire questa espererienza; di essere tutti protagonisti della propria vita e della propria storia, di condividere la possibilità di immaginarsi e trasformarsi collettivamente. Il gruppo si gestisce autonomamente grazie alle entrate rappresentate dagli spettacoli realizzati e a contributi mensili volontari. La sede è il Viejo Galpón, unantica filanda che sorgeva nel quartiere fin dal 1886.

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2001 e oltre

Fu lanno della grande crisi economica ma anche quello del diffondersi delle esperienze collettive di quei settori della popolazione che da semplici osservatori passarono ad essere protagonisti. È ora che acquistano rilievo vari gruppi come il Grupo de Arte Callejero (artisti di strada) o Et-cétera o gruppi di arte politica come Arte Light o Arte Rosa Luxemburg come parte di un movimento che fonde esperienze latinoamericane con quelle europee no-global che rifiutano la mercificazione della vita sociale.

È proprio in questo periodo che le esperienze di teatro comunitario acquistano maggior importanza e diffusione su tutto il territorio del paese.

La crisi provocò nelle persone una nuova percezione di sé come soggetti attivi, capaci di costruire quel progetto collettivo maturato in tutte le decadi precedenti; soggetti attivi politici e non sostenitori di un partito, che introducono nella società unidea di cambiamento di tipo comunitario in cui la concezione della cultura come qualcosa da delegare a altri si trasforma in assunzione del ruolo di protagonisti e in cui il senso del passato è soprattutto storia personale e del gruppo e le scelte fatte per raccontarlo, rappresentarlo.

Il teatro comunitario diviene luogo della memoria in quanto spazio in cui si lotta per ricercare nel passato la propria identità individuale e collettiva.

I testi drammatici si costruiscono collettivamente, dai ricordi del nonno immigrato arrivato nella Pampa, alloperaio o scaricatore di porto, allallevatore di bestiame, ai vecchi ferrovieri o alla signora che prendeva il treno ogni mattina per andare a lavorare o alle chiacchere di cortile, alle canzoni. Si portano fotografie, si consultano libri, si discutono le battute con i modismi e le influenze delle regioni di provenienza, si delineano i personaggi. Si ricostruisce così una storia che appartiene ad ognuno di loro, al presente ma anche ai nonni e ai bisnonni. Il ricordo, attraverso lelaborazione e la rappresentazione, cessa di essere solo individuale per diventare ricordo di tutti, memoria sociale.

Un esempio interessante è, fra tanti altri, quello del Grupo de Teatro Comunitario de Berisso, formato nel 2005 che porta in scena linstallazione nel quartiere di celle frigorifere Swift e Armour agli inizi del secolo, lo sfruttamento degli operai di diverse nazionalità sfuggiti alla guerra e venuti a cercare lAmerica, la formazione della classe operaia, il sollevamento contro lo sfruttamento e la repressione accompagnata da molti morti e feriti. In questo caso lidentità della città di Berisso è costituita dallinstallazione delle celle frigorifere e da quello che questa ha rappresentato per il luogo e per i suoi abitanti.

rivadaviaAltro esempio è quello del Teatro Popular de Sansinena, formatosi nel 2006 in un paesino di 350 abitanti, situato al nord-est di Buenos Aires, a Rivadavia, e al quale partecipano circa sessanta persone.

Nellopera da loro rappresentata, Por los caminos de mi pueblo, si racconta larrivo dei primi migranti, lasta e la distribuzione delle terre che avrebbero poi formato il paese; scene di vita quotidiana.

Anche in questo caso ciò che si recupera non è il passato bensì il senso di questo passato, il passato condiviso.

Perché non esiste ununica storia.

Tutti sono storici in quanto indagano, ricercano, costruiscono una visione della Storia. Sono inoltre autori e protagonisti dellopera rappresentata, produttori di un discorso culturale, custodi di una memoria attiva.

Si ricerca un nuovo senso proprio a partire dal linguaggio teatrale tipico del teatro comunitario che utilizza lassurdo, il grottesco, lironia, la clownerie, ecc…

In opere come Venimos de muy lejosde Las Catalinas, o Los chicos del cordel -I bambini di strada  del grupo Barracas, il grado di ironia è altissimo, così come luso di metafore complesse e la critica al sistema o agli individui attraversa ogni scena.

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 In Por los caminos de mi pueblo, de Sansinena, o Nuestros recuerdos, de Patricios Unidos de Pie (gruppo del paese di Patricios, Nueve de Julio), i racconti sono incentrati su fatti particolari della storia del luogo, con metafore regionali e la critica è rivolta soprattutto alle problematiche storiche del luogo, come la sparizione delle ferrovie, la mancanza di strade e infrastrutture, lo smantellamento delle fabbriche, ecc…

Malgrado le differenze, tutte le rappresentazioni cercano di dare una nuova visione della Storia diversa da quella che tutti conoscono e che non si può cambiare perché è così, e così è stata storicamente.

Perché il teatro comunitario genera memorie sotterranee e produce un discorso antiegemonico, in quanto alternativa che costruisce la memoria da uno spazio preciso e sta al margine dei luoghi del sapere.

Negli anni le strade dei vari gruppi si sono diversificate: i pionieri, come Catalinas Sur e Barracas, sono oggi riconosciuti a livello internazionale, ricevono sussidi, hanno capannoni propri e infrastrutture degne delle grandi produzioni. Altri gruppi invece ricevono sì riconoscimenti e sussidi ma non dispongono di una sede fissa. Altri si stanno appena formando e non godono di nessun appoggio.

Raramente gli spettacoli sono segnalati sui giornali e la diffusione continua ad avvenire via mail o attraverso il passaparola.

ENCUENTRO TEATRO COMUNITARIOSi è però costituita in questi anni una Rete Nazionale del Teatro Comunitario che riafferma vincoli sia fra i diversi gruppi che con le istituzioni, dando origine anche a importanti festival e incontri del settore. Anche oggi, in tempo di crisi, di liberalismo feroce, il teatro comunitario continua ad esistere e a resistere.

Siamo qui riuniti

perché vogliamo prendere le redini

stanchi che in questa vita

tutto si compri o si venda.

Stufi che ci comandino

e ci dicano cosa pensare

dover stare rinchiusi

e che ci rubino la dignità

Uniti lotteremo

creeremo
per cambiare”.

(Parole: Creazione colettiva/ Musica: Tutá tutá, Auténticos Decadentes)

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Riguardo il macchinista

Lucia Cupertino

LUCIA CUPERTINO (1986, Polignano a Mare). Antropologa culturale, poetessa e traduttrice. Ama anche mettere le mani nella terra e sta cercando di apprendere agricoltura naturale e strumenti della transizione culturale. Vive piacevolmente nel Sud del Mondo, attualmente tra Colombia e Italia. Scrive in italiano e spagnolo e suoi lavori sono apparsi in riviste e antologie italiane e internazionali, specialmente dell’America latina e una selezione tradotta in albanese sulla rivista Poeteka. Ha pubblicato: Mar di Tasman (Isola, Bologna, 2014), Non ha tetto la mia casa (Casa de poesía, San José, 2016), sua antologia poetica in versione bilingue italiano-spagnolo, il libro-origami Cinco poemas de Lucia Cupertino (Los ablucionistas, Città del Messico, 2017). Ha tradotto e curato 43 poeti per Ayotzinapa. Voci per il Messico e i suoi desaparecidos (Arcoiris, Salerno, 2016) che ha ricevuto una menzione critica nel Premio di traduzione letteraria Lilec dell’Unibo. Cofondatrice della web di scritture dal mondo www.lamacchinasognante.com, con la quale promuove iniziative culturali e letterarie in Italia e all’estero.

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