Appunti sul social-fascismo. La condivisione delle idee “senza parole” – di Alberto Prunetti

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L’articolo che proponiamo, ripreso da Giap il blog di wumingfoundation.com (sotto licenza Creative Common), è tratto dal n. 4 di Nuova Rivista Letteraria, semestrale di letteratura sociale fondato da Stefano Tassinari e pubblicato dalle Edizioni Alegre – a cura di Bartolomeo Bellanova

Le retorica teatrale di Mussolini ̶ perentoria, decisionale, volontaristica, carica di iperboli e di allitterazioni ̶ non doveva convincere ma sedurre: era magia fonetica priva di semantica. Il suo lessico era povero di elementi tecnici ma carico di velleità nominaliste che attingevano ora dal registro spiritualista («idea», «fede», «martirio», «comunione», «credere»), ora da quello militarista («combattere», «battaglia»), come dal volontarismo dell’azione («audacia», «dinamico», «formidabile», «osare»…). Quanto alla sua ironia, era una sarabanda fonetica che irrideva la vittime e strizzava l’occhio al carnefice: suffissi e postfissi, meta e –iolo, «ultrascemo» e «panciafichista», «partitante» e «schedaiolo». Le maiuscole abbondano, come le equazioni farneticanti: «Fascismo uguale Combattimento, uguale Vittoria», con l’enfasi militarista e guerrafondaia. Dopo l’autarchia linguistica, sono guardati con sospetto i forestierismi: «tassellato» per «parquet», «arlecchino» per «cocktail», «scialle da viaggio» per «plaid». Un repertorio indigesto che include la deformazione del nome del nemico; la posa pseudo-dotta satura di latinismi dannunziani, che alimentano l’immagine littoria e imperiale del regime; la confusione ideologica, con la capacità di arruffare dalla semantica di ogni campo ideologico, con l’occupazione strategica e lo svuotamento del campo semantico della sinistra, con la parola «rivoluzione» che viene adottata per privarla di senso. Ecco la «rivoluzione fascista», ovvero una reazione borghese antirivoluzionaria. Ecco la pretesa di andare oltre le vecchie ideologie, «l’essere né di destra né di sinistra», che è il metodo più furbo per far transitare a destra concetti della sinistra, privando quest’ultima di forze e di consenso. Con uno sforzo risibile la lingua si sforza di maschilizzarsi. È una lingua alla ricerca della virilità, proposito che la trasforma pateticamente in lingua morta, piena di forme logore e fatiscenti. Con la decadenza del progetto fascista e la fase cruenta dell’infame Repubblica sociale, l’effetto perlocutivo è spinto all’estremo nel tentativo di «rimettere in riga» e disciplinare in maniera paternalista gli italiani, trasformandoli in soldatini, trattandoli come bambini impertinenti, comunicando al tempo stesso l’immagine di un potere politico che non vuole rappresentarsi allo sbando: un potere risolutivo, imperativo, decisionale, esecutivo. In realtà un potere fantoccio dei nazisti.

  1. Oggi: il “social”-fascismo

Avendo tempo e stomaco, sarebbe un buon esercizio analitico seguire le condotte del nuovo fascismo su Facebook, dove si incanala il senso comune destroide. Un’impresa già tentata da Leonardo Bianchi, che per Vice ha seguito la comunicazione di alcuni «personaggi pubblici» che non si affacciano da Palazzo Venezia ma da balconi digitali oggi molto trafficati. Alcuni di loro non sono letteralmente fascisti, sono solo personaggi in cerca di celebrità e di pulpiti digitali, che rincorrono un senso comune sempre più spostato a destra. Scrive Bianchi: «Il trend del gentismo su Facebook ha ormai messo radici così profonde che al suo interno si possono individuare dei veri e propri sottogeneri: ci sono l’esterofilia bifolca di Lambrenedetto XVI, il nazionalismo autarchico e sgrammaticato di Simone Carabella, ed esempi decisamente più misticheggianti come quello di Davide “Il Vikingo” Fabbri. All’interno di questo mercato c’era però una nicchia di pubblico non ancora del tutto coperta—quella dei millennial che parlano astiosi di “cagne” e hanno come proprio mantra la frase “non sono razzista ma”. Nicchia che da qualche tempo sta riempiendo una “Facebook star” romagnola che fa delle varie declinazioni del testosterone e della voce pressapochista di provincia un vero e proprio copione”.»

Si agitano così come insetti, avvinghiati alla ragnatela elettronica, migliaia di aspiranti opinion leader locali che cercano, tra una palestra e un lavoro interinale, di esporsi come vedettes spettacolari sbavando odio contro gli immigrati e promuovendo vulgate «né di destra né di sinistra» che mescolano sentimenti anti-casta, odio contro gli stranieri, islamofobia, «padroni a casa nostra», «prima gli italiani», «non c’è posto negli asili», «se vado io in Marocco mi ammazzano e allora perché dobbiamo rispettarli noi», «Quando c’era Lui», «Quando c’era Oriana», «Danno i soldi ai migranti che c’hanno tutti l’ultimo telefonino di moda»… e così via.

Di queste aspiranti icone dei social gentisti, quelli che non sono esplicitamente fascisti si nutrono comunque in quel trogolo, dove sono miscelati pastoni e retoriche un tempo considerate altamente tossiche, oggi sdoganate e somministrate a incauti consumatori/utenti. Retoriche che danno corpo e alimentano il “social”-fascismo successivo alla mutazione antropologica degli italiani. Una mutazione che forse è postumana, di una specie che ha perso ogni forma di capacità di provare empatia e solidarietà, trasformando individui con labbra al botulino e pettorali gonfiati in caricaturali freak farneticanti odio ombelicale. Ma il “social”-fascismo di oggi rivela la propria filogenesi. Quando il Mascellone roteava le cornee e congiungeva le mani dietro la schiena dilatando la mascella, non era già una caricatura dell’umano?

  1. Alcuni tratti distintivi della grammatica “social”-fascista

La lingua militarista e imperativa del vecchio fascismo, piena di costruzioni enfatiche e burocratiche, si trasforma oggi in una lingua appiattita sul parlato, con una sintassi che predilige le coordinate (le subalterne sono troppo difficili da gestire e fanno «intellettuale»), satura di un’ironia che ferisce la vittima e scatena il riso cinico dell’oppressore . La vecchia lingua imperativa, disciplinare e burocratica non si adattava alla modernità. Quella nuova è stata plasmata dalle nuove tecnologie user-friendly, dal fascismo del senso comune, dall’analfabetismo funzionale. Vediamone alcuni tratti distintivi.

Maiuscolo. Le parole che cominciano in maiuscolo diventano un tutto maiuscolo. Le idee senza parole cercano il caps-lock per comunicare la loro granitica essenzialità. Non sono parole polisemiche, cariche di connotazioni, oggetto di critica, di revisione, di dibattito, di contestualizzazione. Il neopopulismo digitale non accetta la pluralità, usa i social moderni per condividere idee antiquate.

Eccessi di possessivi. A livello semantico, gli «eccessi di culture» (vedi gli studi di Marco Aime) poi si traducono grammaticalmente negli eccessi di possessivi, usati come marche identitarie con cui i fascisti social delimitano il loro territorio, come i cani col piscio: «il nostro vino», «la nostra terra», «le nostre tradizioni», «i nostri usi» e, ovviamente, «le nostre donne». Usano i possessivi come manganelli, con cui mettono le mani sull’esistente, appropriandosene.

Un topos diffuso: il buonismo. «Credete che fanno venire una rabbia da spaccare, noi in cerca di lavoro e tasse e tasse ci stanno strangolando loro in panciolle tutto il giorno con il telefonino a urlare tutta la notte pieni d’prove vestiti firmati .viaggiano gratis sui pullman e gratis negli asili e hanno anche la precedenza su di noi..e inoltre molti di loro tanto per arrotondare a quello che già gli passiamo , le ritroviamo nei parcheggi e nelle spiagge a vendere le donne poi vi lasciò immaginare ..allora io dico che nazione è diventata l’Italia , che lascia morire i propri figli e aiuta i figli degli altri?» È uno stralcio di un comunissimo sproloquio razzista su Facebook: c’è tutto, il vittimismo, il maldipancismo, l’inversione di vittima e carnefice, il maschilismo, il «noi» non meglio precisato… e l’italiano che il nostro italianissimo scrivente, che ne pretende la competenza dagli stranieri, non è ovviamente in grado di gestire, inciampando in una semplice concordanza pronominale.

Un altro topos: i “radical-chic”. Se provi a ribattere a queste pseudo argomentazioni (e non è facile, perché si basano su script reazionari che non condividono la logica razionale, ma seguono associazioni di pensiero balzane ma ampiamente diffuse), sei ovviamente un «intellettuale di merda», un «professorino che non sa nulla della vita vera». Anzi, «un radical-chic». Anche se poi sei solo uno che cerca di darsi degli strumenti per interpretare la realtà con un po’ di impegno analitico. Inutile che lamenti la tua distanza «dai poteri forti» e il tuo precario conto corrente, loro non hanno dubbi. Un tempo parlavano di «culturame». Un tempo, quando sentivano la parola cultura, prendevano la pistola.

Asserti falsi. Sempre più spesso gli asserti “fattuali” condivisi dai social vengono da siti produttori di bufale, ovvero siti di informazione tarocca che parodiano altri siti famosi come il Fatto quotidiano o Repubblica.it; siti clone per occhi distratti che maneggiano compulsivamente gli schermi perché «la gente deve sapere» e «i giornali dicono solo bugie». Queste pseudo testate diffondono notizie deliberatamente false per cavalcare il successo delle derive reazionarie facendo click-baiting e attraendo visitatori dai social. Spesso le loro bufale vengono viralizzate e poi, talvolta, riprese dalla stampa mainstrem. Che a quel punto dice davvero le bugie. Alcuni di questi siti che propagano bufale contro gli immigrati e agitano lo spettro del degrado urbano non hanno un foglio di stile che rimandi apertamente all’iconografia fascista: nelle loro homepage non troverete caratteri gotici o gagliardetti romani. Apparentemente sembrano siti di cittadini indignati che non ne possono più, che sono stati «abbandonati dalla casta dei politici» e si mascherano dietro la retorica del civismo e l’ideologia del decoro. Però se si prova a seguire i nomi dei direttori responsabili e i link attivati con più frequenza, non si tarda ad arrivare a etichette della fascio-sfera. Il nuovo fascista non può andare in giro in orbace: per cercare consenso, deve mimetizzarsi da «cittadino indignato», da «gente stanca dell’arroganza» (dei politici, degli immigrati o degli intellettuali). Così il fascio uscito dalla porta dell’antifascismo costituzionale entra dalla finestra del senso comune, dove fa molto più danno: distrugge l’attivismo di base, lo allontana da ideali di solidarietà sociale e dentro ai «comitati di cittadini comuni stanchi del degrado» finisce irrimediabilmente per portare acqua al vecchio mulino nero del duce.

  1. Il “social”-fascismo è una variante dell’Ur-Fascismo profondo

Il moderno “social”-fascismo, (dal camerata digitale all’attitudine gentista, «né di destra né di sinistra», che butta spazzatura sulle vittime del presente) è una forma di Ur-Fascismo, un’attualizzazione contemporanea di un fascismo profondo. Il concetto è stato definito da Umberto Eco in un famoso articolo, «L’Ur-Fascismo (Il fascismo eterno)», poi raccolto in Cinque scritti morali (Bompiani). Adesso colgo solo alcune delle sue suggestioni anteponendo una mia chiosa al corsivo virgolettato di Eco: L’ur fascismo ha come brodo di cultura le classi medie frustrate.

«L’Ur-Fascismo scaturisce dalla frustrazione individuale o sociale. Il che spiega perché una delle

caratteristiche tipiche dei fascismi storici è stato l’appello alle classi medie frustrate, a disagio per

qualche crisi economica o umiliazione politica spaventate dalla pressione dei gruppi sociali

subalterni.»

A queste classi medie fornisce un farmaco coagulante di identificazione. Il farmaco ha tra i propri ingredienti le teorie del complotto mentre la xenofobia ne è il principio attivo. Il coagulante della marca Blut und Boden, sangue e suolo, ha però delle controindicazioni: garantisce le scalate nell’agone politico ma rischia di formare nel corpo sociale degli emboli fascisti. Quanto alle teorie del complotto, ormai diffuse tra rossobruni e qualunquisti, vanno intese come puro fascismo, ancorate come sono a «idee senza parole», come scriveva Furio Jesi, ovvero a idee che non ammettono dibattito o replica, verso le quali bisogna solo abbassare lo sguardo, pieni di riverenza. Parole come «Italianità», «Patria», «Tradizione», del fascismo di ieri, o «Sovranità» e «Geopolitica» del nuovo fascismo, contro le quali non si deve osare di argomentare una critica. Parole che servono a chiudere la bocca agli «avversari».

«A coloro che sono privi di una qualunque identità sociale, l’Ur-Fascismo dice che il loro unico

privilegio è il più comune di tutti, quello di essere nati nello stesso paese. È questa l’origine del

nazionalismo. Inoltre, gli unici che possono fornire una identità alla nazione sono i nemici. Così, alla radice della psicologia Ur-Fascista vi è l’ossessione del complotto, possibilmente internazionale. I seguaci debbono sentirsi assediati. Il modo più facile per far emergere un complotto è quello di fare appello alla xenofobia.»

L’ambito in cui si costruisce questo nuovo populismo non è più la piazza, dove si radunavano le masse del passato. È un populismo che può darsi appuntamento su internet.

«Per avere un buon esempio di populismo qualitativo, non abbiamo più bisogno di Piazza Venezia o dello stadio di Norimberga. Nel nostro futuro si profila un populismo qualitativo Tv o Internet, in cui la risposta emotiva di un gruppo selezionato di cittadini può venire presentata e accettata come la “voce del popolo”.»

Infine, Eco si sofferma sulla neolingua ur-fascista, sostenendo che «tutti i testi scolastici nazisti o fascisti si basavano su un lessico povero e su una sintassi elementare, al fine di limitare gli strumenti per il ragionamento complesso e critico.»

Ma oggi l’impoverimento non riguarda solo i codici testuali, il repertorio lessicale o le forme della sintassi. Sono le strutture stesse della competenza grammaticale che stanno arrugginendo, corrose dalle tossine delle scorie degli pseudo-commenti ur-fascisti, che ripetono e viralizzano coll’ossessione del maiuscoletto le idee senza parole. La lingua muore di demenza social-fascista.

  1. Un’altra variante di Ur-Fascismo: i rossobrunismi

Il rossobrunismo è un’altra variante di Ur-Fascismo. La formula rossobruna occupa un campo semantico trasversale ma è di fatto una forma fascista. Un’alternativa reazionaria alla strategia «né di destra né di sinistra» che si realizza nella forma «di destra e di sinistra». Qui le teorie del complotto sono pervasive e spinte in senso apparentemente anticapitalista. L’anticapitalismo è in realtà coniugato come una forma di antiatlantismo/antiamericanismo. Le formule avversative sono fondanti. Sul quadrato semiotico, contradditori e contrari sono valorizzati: «il nemico del mio nemico è il mio amico». Tra le peculiarità dei rossobruni spiccano il primato della geopolitica, che permette di scavalcare la critica dell’economia politica; il culto della tradizione, che rivaluta l’iconografia sovietica; l’antimperialismo d’accatto forgiato con gli stampi campisti presi in prestito dalla nuova destra; l’attitudine identitaria, che si riflette nella macchina mitologica dell’uomo forte (un tempo Stalin o Mao, oggi Putin). Il rossobrunismo come strategia politica è un cavallo di troia. Temete i rossobruni anche quando portano doni.

  1. Reazione digitale

Il fascismo social contemporaneo è una trasformazione reazionaria di una sedicente rivoluzione digitale. Pertanto non si presenta in orbace ma adopra delle maschere accattivanti. È l’apologia di un gluteo femminile («le nostre donne», ovviamente) contro la hijab delle donne musulmane. Usa la liberazione sessuale, conquistata dalle femministe, contro le donne, come usa gli spazi che la democrazia gli concede con la speranza di sopprimerla. Il fascismo in realtà è una poltiglia indigesta di idee reazionarie che si mangia qualsiasi cosa, che usa la «rivoluzione tecnologica» delle piattaforme social per la «reazione semantica» del linguaggio: riportando il discorso politico alle idee senza parole di cui parlava Furio Jesi. Una caratteristica del nuovo fascismo è la trasformazione della liberazione dei corpi o della critica del lavoro da pratiche sovversive in pratiche edonistiche e commerciali: turismo, vacanze, vita quotidiana e sessualità spettacolarizzate, comprate, vendute, trasformate in merce. In questi giorni ad esempio è fascismo la rivendicazione del «diritto» delle «nostre donne» di mettersi a nudo: un recupero autoritario e mercificato del diritto delle donne (sovversivo) al controllo sul proprio corpo, trasformato in un diritto dell’edonismo patriarcale, ovvero dello sguardo maschile sul corpo delle donne. Ogni sedicente «rivoluzione fascista» del contemporaneo, per quanto glamour, è in realtà reazione. Ovvero è un attacco ai diritti o un recupero reazionario di pratiche sovversive.

  1. Questioni di frame

È utile considerare la riflessione del linguista cognitivo George Lakoff sul framing, la rete semantica che incornicia il nostro modo di pensare e di parlare. Chi aderisce al framing reazionario non prova empatia per gli esseri umani oppressi. Anzi. Sarebbe ingiusto dire che chi è conservatore è immorale. Ha una moralità, ma è una moralità che non conosce la solidarietà e si nutre solo di obbedienza verso l’autorità e il potere. L’autorità implica la formazione di consenso top-down, dall’alto verso il basso. Il potere chiede disciplina e obbedienza. L’obbedienza si impone con la punizione. Nello sguardo del reazionario, è la gerarchia a strutturare la società, non la solidarietà.

Eppure i nostri giorni, più fluidi, sono lontani dalle rigidità dei fascismi storici. Il fascismo contemporaneo è in effetti una maschera, una configurazione di superficie attivata dal neoliberismo. Lo schema profondo può adattarsi alle logiche più liquide dei nostri tempi. Il frame si riconfigura allora sul mercato, che è il duce liberale della modernità. Il mercato è il padre che impone una disciplina, premia chi lo rispetta e punisce chi si ribella. Se sei ricco, hai rispettato il padre, hai una posizione, sei eticamente una persona morale. Se sei povero, te la sei cercata, sei un indisciplinato, ti meriti di morire per strada, senza empatia. È questa la struttura analitica profonda del fascismo social, un fascismo di abbronzati che si gonfiano in palestra, che non si vestono in orbace e in camicia nera, ma che spandono odio con gli smartphone, sperando di conquistarsi un po’ di notorietà. È il micro fascismo degli aspiranti famosi, che fanno dell’hate-speech un manganello digitale. Pochi di loro si travestono da fascisti “tutti d’un pezzo”. La maggior parte sono bi-concettuali, ovvero attivano scenari progressisti e reazionari nello stesso tempo, o in campi diversi o addirittura nello stesso campo. Questa è la ragione per cui nei moderni populismi, inclusi quelli gentisti, si sovrappongono nella retorica di un militante discorsi progressisti e discorsi apertamente fascisti. Il bi-concettuale può dichiararsi progressista ma in realtà fa riferimento a retoriche, metafore e sceneggiature conservatrici. Ad esempio, può farsi le canne e odiare gli immigrati. Sognare di viaggiare in moto fino alla fine del mondo con una bandana in testa e pretendere muri alle frontiere e respingimenti per chi scappa dalla guerra. Sono finiti gli anni in cui i fasci avevano i Ray-Ban o la giacca e cravatta e i compagni l’eskimo o i dread: adesso le forme del pensiero e del vestire, la semiotica dell’abbigliamento e degli stili di vita è diventata più complessa. Solo scivola lentamente verso valori reazionari. Si può ascoltare i Pink Floyd, mangiare a chilometro zero e, al tempo stesso, fregarsene della morte di un operaio straniero schiacciato durante un picchetto.

Si dà tutto e il contrario di tutto, perché negli ultimi tempi i modi di vestire, di parlare, di vivere e di pensare stanno slittando verso un bi-concettualismo virato alla reazione. Visioni libertarie e visioni autoritarie convivono nell’immaginario delle persone, ma la bilancia pende pesantemente a destra. Sono anni di passioni tristi. Il “social”-fascista usa il manganello digitale, per quanto grammaticato, per bastonare virtualmente i migranti («l’immigrazione clandestina»), le donne che rifiutano gli stereotipi patriarcali («cagne»), gli adolescenti che scoprono di avere identità sessuali molteplici («froci»). Il fascismo social è cyber-bullismo. Nei commenti di Facebook i social-fascisti aggrediscono sistematicamente ogni forma di diversità che vada contro l’idea di edonismo aggressivo, muscolare e predatorio alimentata dai media. Usano l’ironia virtualmente, ma i loro commenti saturi d’odio fanno cose con quelle parole. C’è chi viene respinto, chi si suicida, chi viene marginalizzato, chi viene pestato. Il fascismo se la prende sempre con chi non si può difendere. Visitate alcuni dei profili dei populisti beceri di questi giorni. Troverete continui meme che stigmatizzano le vittime, che soffiano sulle braci sempre calde dell’omofobia, che attizzano i carboni ardenti delle persecuzioni razziali e religiose, che si fanno beffe dell’operaio travolto da un tir durante un picchetto, delle donne “che se la sono andata a cercare”, che magari subiscono lo slut-shaming, ovvero la criminalizzazione dei loro comportamenti sessuali quando non rispettano le aspettative di genere.

Tra un gattino e un altro, scompaiono dalle bacheche dei social la solidarietà, l’empatia, la capacità di commuoversi per gli oppressi, sostituite dalla forca «per quelli che in Cina mangiano i cani», dallo spregio «per i paesi musulmani in cui la pedofilia è legale», dalla scoperta dell’ultimo complotto che accusa i cripto-poteri forti (e proscioglie il padronato e i ceti benestanti), dall’elogio rossobruno a Putin. Seguono consigli per curarsi in omeopatia, un post sulle scie chimiche, un adesivo contro la casta dei professori del ‘68 e un consiglio antivaccinista contro il monopolio delle multinazionali del farmaco. Nessun vaccino contro le tossine che aggrediscono un pensiero critico in esponenziale metastasi, soffocato da tonnellate di spazzatura digitale. Nessun rimedio omeopatico per sostenere il sistema immunitario della critica radicale.

Poche convinzioni ma ben radicate: la vittima la deve pagare, è il meme che condividono sul loro profilo a ogni giro di hate-speech con cui chiosano i fatti di cronaca, sia l’ennesimo attentato o uno sbarco di profughi o una rapina in villa. Inutile fare sociologia coi numeri, indicare tabelle, statistiche, comparare dati. Inutile il debunking e la statistica comparativa, inutile distinguere tra percezione del crimine e numero dei reati. Loro presidiano il commentarium come troll accaniti contro i «buonisti». Come squadristi compiono raid virtuali alla ricerca di professori che propugnano fantomatiche «teorie gender». Sbraitano contro chi sta dal lato sbagliato del mercato, che è il duce di questi fanatici del quattrino perlopiù impoveriti, palestrati, gonfiati, depilati col laser, incattiviti, impauriti e incapaci di esprimersi in forma argomentata. Dicono che gli stranieri «devono sapere l’italiano», lingua che vituperano sistematicamente a ogni incrocio di commenti nei vomitatoi dei social, dove si riproduce e trionfa una comunicazione pecoreccia e ombelicale, tanto più pervasiva tanto meno si riesce a fare esercizio di complessità, a procurarsi degli strumenti per la comprensione analitica del presente. Ecco la generazione seconda del mutamento antropologico stigmatizzato da Pasolini, i figli di Adamo ed Eva che dopo aver mangiato la mela della società mercantile hanno subito una mutazione dei corpi che ha risemantizzato l’edonismo sovversivo («vogliamo tutto») in un edonismo commerciale. Vogliono tutto quel che gli propinano, sognano di comprare tutto sulle piattaforme digitali, passano con la ruspa di un immaginario infetto su empatia, solidarietà e diritti umani. E intanto il padrone della piattaforma ghigna: è free, è social, ma lo pagherete caro, lo pagherete tutto.

Alcuni testi di riferimento

  1. Lakoff, Pensiero politico e scienza della mente (Bruno Mondadori, 2009);
  2. Arduino, L. Lipperini, Morti di fama (Corbaccio, 2013);
  3. Golino, Parola di duce (Rizzoli, 1994);
  4. Eco, Cinque scritti morali (Bompiani, 1997);
  5. Jesi, Cultura di destra (Garzanti, 1993),
  6. Aime, Eccessi di culture (Einaudi, 2004).

 

 

Cenni biografici dell’autore: ALBERTO PRUNETTI (Piombino, 1973) ha pubblicato i libri Potassa, Il fioraio di Perón, Amianto. Una storia operaia e PCSP. Piccola Contro-Storia Popolare. Traduttore e lavoratore culturale free-lance, scrive su Letteraria, Giap, Il manifesto e altre testate.

 

Foto in evidenza:  “even the night” dipinto di Barbara Gabriella Renzi.

Riguardo il macchinista

Bartolomeo Bellanova

L’attenzione ai temi sociali e di denuncia civile caratterizza il mio cammino di narrativa e poesia. "La fuga e il Risveglio" (Albatros Il Filo- Dicembre 2009) è il mio romanzo d'esordio a cui ha fatto seguito “Ogni lacrima è degna” (Inedit – Aprile 2012). La silloge poetica indedita “Sguardi scomposti e liberati” è risultata vincitrice della dodicesima edizione del Concorso di Poesia e Narrativa Insieme nel Mondo (Savona 6 settembre 2014). Nell’ambito della poesia ho pubblicato in diverse antologie tra cui "Sotto il cielo di Lampedusa - Annegati da respingimento" - Rayuela Edizioni Gennaio 2014 e nella successiva antologia “Sotto il cielo di Lampedusa – Nessun uomo è un’isola” Rayuela Edizioni Aprile 2015. La raccolta di poesie e riflessioni scelte composte tra il 2011 e il 2014 "A perdicuore" è stata pubblicata il 30-9-15 da David and Matthaus Edizioni – Collana ArteMuse.

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