Appunti di lettura da “Sofia ha gli occhi” di Verusca Costenaro (Interno Poesia Editore – 2018) di Bartolomeo Bellanova

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Sofia ha gli occhi

Gli occhi di Sofia, in questa raccolta poetica, sono quelli attraverso i quali l’autrice vede il mondo, lo traccia, lo straccia, lo definisce, lo perde e lo continua a cercare in tutte le pagine. Sofia è il suo eteronimo che: “Muore ogni giorno più o meno alla stessa ora  / sulle scale del condominio /  inerme a Milano / dentro un cono gelato / al cemento / sfogliando resti di margherite / al Parco Nord. […]È quella che si ferma a fotografare le nuvole / a pioggia sui grattacieli, respira / col fiato di chi ha sempre 11 anni, / rincorre farfalle ai limiti del cielo. / Tutta la vita a cercare di appartenere a qualcos’altro / oltre che a sé stessa”.

In questo incipit si trovano diversi spunti che ricorreranno nei testi successivi. Vi è lo sguardo perennemente bambino della poeta che, come i fanciulli, non accetta ipocrisie, giri di parole e falsità. Il linguaggio usato nella raccolta è apparentemente semplice e quotidiano, ma si coglie dietro l’uso di un certo sostantivo o di un determinato aggettivo invece di possibili sinonimi, l’attenzione dell’autrice nella creazione di un verso armonico. Verusca riesce a creare all’improvviso uno spostamento di significato rispetto al senso comune delle cose, riesce a realizzare cortocircuiti, opposizioni e contrapposizioni giocando con i cinque sensi.  All’animo rimasto fanciullo si deve anche l’invenzione di neologismi come  “Disperdimondo”, “Nuvolefa”, “Strappacasa” e “Tornaterra”.

 

Altro tema dichiarato dall’incipit è la ricerca di appartenenza, di identità che passa attraverso il viaggio. Ci sono, infatti, alcune poesie scritte a Dallas nel 2009 e 2010, in altre appaiono nomi di città quali Beirut, Venezia, Londra e Mestre, infine c’è il ritorno a Firenze, città d’elezione della poeta. Nei versi di  “La fine della città” l’autrice, dopo tanto viaggiare fisicamente e coll’anima, percepisce il rovesciamento dei termini del problema: la sua difficoltà nel trovare una propria dimensione spaziale in cui fermarsi dipende dal fatto che: “La città è finita / non c’è più / se ne è andata / scappata / migrata / città migrante / stanca di raccoglier gente / e speranza in cambio niente …”.

 

Il rapporto con la dimensione di una “stabilità”, della  quotidianità di un menage con un ipotetico partner, viene vissuto da Sofia in modo problematico: “Casa che va, casa che resta. / Casa ce l’hai, casa manca. / Casa dimora di riti autistici inchiodati al pianto del ricordo”. Convivono nella Sofia – Verusca la ricerca della dimensione del “nido” e il terrore di restarne schiacciata.  Si alternano addii e ritorni, amarezza e consapevolezza di quanto sia difficoltosa questa ricerca di sé stessa condotta con trasparenza estrema.

 

L’uso dell’inglese e del francese in auto traduzione rientrano in questa identità composta dell’autrice, in questa sua lunga ricerca che intravvede nel finale una ricomposizione: “E dentro sé lei pensava / polvere / alla polvere / ritorno / al ritorno / ci disperdiamo infinite volte / ma è solo una, / la terra a cui si torna”.

 

 

Sofia

Sofia si veste al contrario

e ha gli occhi sulla luna.

Muore ogni giorno più o meno alla stessa ora

sulle scale del condominio

inerme a Milano

dentro un cono gelato

al cemento

sfogliando resti di margherite

al Parco Nord.

Muore

di attese e ritorni spalmati di miele

invischiati nel sapore di un ricordo.

È quella che si ferma a fotografare le nuvole

a pioggia sui grattacieli, respira

col fiato di chi ha sempre 11 anni,

rincorre farfalle ai limiti del cielo.

Tutta la vita a cercare di appartenere a qualcos’altro

oltre che a sé stessa.

 

 

Andata

La strada verso casa

era latte-scremato-bambino

all’alimentari del centro

e gambe-sottili-bambine

su piazza degli Scacchi

a rincorrere sogni e colline.

Poi fu tempo di donna

e la strada verso casa

si fece di scogli di mare

di baci rubati a una canzone di Elton John

di piedi strisciati su piazza dei Martiri

a rincorrere maschi sguardi

a ripetere il tuo: “Io da qui non me ne andrò”.

E quante volte invece te ne saresti andata.

 

 

Ibridismi

Nella valigia racchiude resti di fuso orario,

e di giorno risciacqua l’identità con acqua di rosa.

Sono i ritmi del respiro che coglie nel ventre di chi

incontra,

non le differenze,

e quel petto ora batte con lo stesso desiderio.

Non trattiene i dolori del mondo Sofia,

ma sa bene il profumo dei corpi a cui ha stretto

l’anima.

 

 

Bellezza al veleno

Dallas, 2009

 

Ingoia il centro dolce della città

e fluttua in un mare di euforia.

La spinge in basso

la fa crollare a picco

ove l’attende

solo suolo nudo.

Un coro d’uccelli marini nell’azzurro

e sirene smeraldo d’incanto

osservano la sua lenta discesa.

Quando il corpo riappare in superficie

lei è ricolma di bellezza,

e di veleno.

 

 

Angeli

I rapporti impenetrabili

le scie dei gelsomini di Mestre

scarpe stanche sul davanzale

e le paure sul comodino.

Quei due non sono angeli

ma gli angeli li attendono sotto casa

taciturni al tavolo di un ristorante

o atterrati ai binari di una stazione.

Dipende sempre dalle circostanze

ma le circostanze fanno la differenza

fanno lei che gli dorme accanto

o lui che si riveste e se ne va.

C’è che a volte l’apparenza urla

il biancore non fa chiarezza

la pazienza sola non basta

e una bocca non porta pace.

Lui sempreverde vincente di partenze scomposte,

lei arresa e rasa a suoli smarriti in attesa di angeli.

 

 

Rinascite

Dove cresce lo sbaglio?

Ieri mattina era in cucina

sul davanzale un abbaglio

di luce negata alla credenza.

I figli dormono la verità

delle coperte con cura

le tarme scavalcano inverni

negli armadi dell’imbroglio.

Le ciglia colorano un nero

che sa solo cavarle gli occhi.

Sofia ricama la pazienza

inghiotte sbaglio e sbadiglio

lo regge due secondi sulle dita

a osservarla meglio

la ferita strappa stoviglie

a morsi a saggiarne i contorni,

arretra dal frigo il passo giusto

rinasce

primula dal pavimento.

 

 

La fine della città

La città è finita

non c’è più

se ne è andata

scappata

migrata

città migrante

stanca di raccoglier gente

e speranza in cambio niente.

La città sogna il tocco di nuovi piedi

sui marciapiedi

cadere innamorata di nuovi gabbiani

nei cieli lontani

planare dentro i sogni in bilico sui cornicioni

accanto ai gatti sui tetti in calore

prima di addormentarsi sfatta di smog e sonno

sulle punte degli alberi in fiore.

 

 

Che fine (l’impossedibile)

Spazi. Sofia gli dice che avranno

sere sfatte di ossa sui divani

al riparo dai venti.

Le loro voci si sazieranno

bastandosi nelle onde tivù, avranno

coperte rinfuse a salvarsi i ginocchi

e gli occhi, lei accenderà luci candele

e lui le spegnerà a risate,

si parleranno bocca in bocca

come parenti ritrovati in un ricordo.

Lui le ricorderà che possiede il mondo

lei gli ripeterà che non possiede

l’impossedibile:

un amore a lunga prova di scadenza

la certezza del sogno

le città che le hanno camminato gli anni.

La tregua somiglia così tanto

al respiro di certe sere salvavita

e quei due ancora non sanno

che fine gli faranno

le mani e i pianti.

 

 

Tornaterra

Sofia passava da lui la sera

a fumarsi una sigaretta.

Diceva la primavera da sola

non le bastava.

Lui seduto sul divano

non la guardava,

lei era troppa cosa da sostenere.

Restavano in silenzio anche per ore,

lo sguardo schermo

tra risate Sordi e bronci Pasolini,

lui a innamorarsi dei morti,

lei dei viventi.

E dentro sé lei pensava

polvere

alla polvere

ritorno

al ritorno

ci disperdiamo infinite volte

ma è solo una,

la terra a cui si torna.

verusca

 

Verusca Costenaro (Marostica, 1974), laurea in Lingue e Letterature Straniere (Università Ca’ Foscari Venezia) e dottorato in Linguistica Inglese (Università degli Studi di Padova), vive e lavora a Firenze. Ha pubblicato La misura che non si colma (LunaNera, 2013) e la plaquette Senza il sogno e con la pazienza (Le Murate, 2017). Sue poesie hanno ottenuto menzione speciale al Festival DialogArti, e al concorso “San Domenichino”. Come traduttrice ha curato la raccolta Canto Mediterraneo di Nathalie Handal (Ronzani, 2018).

 

Foto dell’autrice a cura di Verusca Costenaro.

Foto in evidenza di Tracy Allen.

Riguardo il macchinista

Bartolomeo Bellanova

L’attenzione ai temi sociali e di denuncia civile caratterizza il mio cammino di narrativa e poesia. "La fuga e il Risveglio" (Albatros Il Filo- Dicembre 2009) è il mio romanzo d'esordio a cui ha fatto seguito “Ogni lacrima è degna” (Inedit – Aprile 2012). La silloge poetica indedita “Sguardi scomposti e liberati” è risultata vincitrice della dodicesima edizione del Concorso di Poesia e Narrativa Insieme nel Mondo (Savona 6 settembre 2014). Nell’ambito della poesia ho pubblicato in diverse antologie tra cui "Sotto il cielo di Lampedusa - Annegati da respingimento" - Rayuela Edizioni Gennaio 2014 e nella successiva antologia “Sotto il cielo di Lampedusa – Nessun uomo è un’isola” Rayuela Edizioni Aprile 2015. La raccolta di poesie e riflessioni scelte composte tra il 2011 e il 2014 "A perdicuore" è stata pubblicata il 30-9-15 da David and Matthaus Edizioni – Collana ArteMuse.

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