Amare, verbo intransitivo, di Mário de Andrade

Amore verbo intransitivo De Andrade

Amore verbo intransitivo De Andrade

Amare, verbo intransitivo

di Mário de Andrade

vol. 39 collana Gli Eccentrici Edizioni Arcoiris

La porta della stanza si aprì e loro uscirono nel corridoio. Infilandosi i guanti Sousa Costa fece per congedarsi:

«Fa freddo».

Lei molto garbata e semplice:

«A San Paolo gli ultimi freddi invernali sono un pericolo».

Le venne in mente altro e trattenne la mano di lui tesa in segno di saluto.

«Senta, e la signora? È al corrente?».

«No! Abbia pazienza, signorina… è la madre. Sa, la nostra educazione, in Brasile… Poi, con tre bambine in casa…».

«La prego di informare sua moglie. Non capisco perché tanti misteri. Se è per il bene del ragazzo…».

«Ma scusi…».

«Scusi lei se insisto. Bisogna metterla al corrente. Mi dispiacerebbe passare per una mercenaria, sono una persona seria, io. E ho trentacinque anni, sa. Non intendo presentarmi se sua moglie non saprà esattamente cosa vengo a fare. Ho scelto la professione che la mia debolezza mi permette di esercitare. È un lavoro come tanti».

Parlava con la voce più naturale del mondo, anche con un certo orgoglio, che Sousa Costa colse senza comprendere. La guardò stupefatto e, giurando a sé stesso di non dire niente alla moglie, promise.

Elza lo vide aprire la porta della pensione… slam! Rientrò nella stanza, ancora in subbuglio per la presenza dello sconosciuto. Si guardò intorno fiduciosa. Piano piano ogni cosa tornava al suo posto. Una pila di libri sullo scrittoio, un pianoforte. Un ritratto di Wagner. Un ritratto di Bismarck.

Il martedì successivo il taxi si fermò davanti a Villa Laura. Elza, in grigio, scese e si sistemò la giacca, mentre l’autista poggiava per terra due valige, casse e fagotti vari.

L’aspettavano. Caricarono i suoi bagagli per portarli all’interno. Una macchia nerazzurra comparve sulla porta: un ciuffo all’americana incorniciava due occhi da dodicenne. E nel silenzio maestoso della villa tintinnò uno xilofono:

«È arrivata la governante! Mamma! È arrivata la governante!».

«Lo so! Smettila di gridare così!».

Elza litigava sul prezzo della corsa.

«… con tanti bagagli, sa com’è…».

«È troppo. Gliene do cinque. Buona giornata. Ah, la mancia…».

Mise cinquecento réis in mano all’autista e attraversò il giardino rallegrato dai roseti.

Giorno uno o due di settembre, non ricordo più. Ma è facile risalirvi perché era di martedì.

Niente a che vedere con le stanzette delle pensioni… Allegra, spaziosa. Dalle due finestre spalancate entrava la pace rigogliosa dei giardini. Lo sguardo, svoltando a sinistra, seguiva un’ordinata fila di alberi sul viale. A Higienópolis[1] i tram passano con aria quasi pomposa scimmiottando il benessere delle vetture private. È il mimetismo indomito e ironico delle cosiddette cose inanimate. Questi tram non suonano neanche la campanella. Avanzano come il parvenu che all’ora del tè in casa della signora Tal dei Tali – famiglia purosangue di Campinas – assorbe sulla pelle del frac la delicatezza dell’élite e incrocia le mani dietro la schiena – quanta importanza! – per nascondere a tutti le dita grassocce, le unghie piatte e squadrate. Nipote di Borbas[2] mi ribatte sprezzante che figuriamoci se campanella e mani rozze possono scomparire! Ma la campanella può anche non suonare e le mani s’infilano nei guanti.

Elza sviò lo sguardo dall’esterno. Il domestico giapponese aveva lasciato i bagagli in mezzo al nulla. Pietosi. Le casse, i fagotti stonavano con le linee rette.

Dopo i convenevoli con la signora Sousa Costa e uno spezzone di conversazione insulsa, la giovane era salita in camera solo per togliersi il cappello. Il domestico l’avrebbe avvertita di lì a poco per il pranzo… Si sarebbe riposata più tardi, adesso doveva prepararsi. Si allisciò i capelli e diede un piglio militare al collo della camicia, alle pieghe della giacca. Niente ghingheri per il momento. Doveva essere semplice per iniziare. Semplice e asessuata. L’amore nasce dalle virtù interiori. Spirituali, pensava. Il desiderio viene dopo.

Una volta pronta rimase in attesa, fantasticando appoggiata al lavandino. Avrebbe guadagnato altri otto contos… Se la situazione in Germania si fosse messa bene, ancora uno o due servizi e poteva ripartire. La casetta tranquilla… Uno stipendio sicuro, sposarsi… Il volto ideale, scolpito per anni con il pensiero, le attraversò piano la mente. Lungo, magro… Un po’ incurvato per il protrarsi degli studi… Scientifici… Bianchissimo, quasi trasparente… Un rossore irregolare sugli zigomi… Occhiali senza montatura…

Si agitò. Volle essere pratica: e il pranzo? Perché il domestico non arrivava? La signora Sousa Costa le aveva detto che il pranzo era già pronto. Sicuro era pronto. Eppure, aspettava da almeno un quarto d’ora, che stranezza. Guardò l’orologio da polso. Come sempre portava male, forse le sei, o le diciotto, a scelta. L’avrebbe regolato di nuovo una volta giù nell’atrio. Dieci, cento volte. Inutile portarlo ancora dall’orologiaio, soffriva d’un male incurabile. In ogni caso era comunque un orologio. Ma in quella casa non c’era un orario fisso per pranzare? Rimase così, a guardare il cielo.

Il breve corridoio nel quale la sua stanza era l’ultima porta dava al salone centrale, da dove provenivano note di flauti e cinguettii. Poi la musica si fermò. Un calpestio di passi graffiava il pavimento. D’improvviso un fuggifuggi svolazzante, spaventato senza motivo. Tap taptap

Era lei a suscitare quel trambusto… Non sorrise neanche. Curiosi, i bambini di questa casa. Pensò di uscire dalla stanza, indagare. Non che avesse fame, ma era ora di pranzo, la signora Sousa Costa aveva detto che avrebbero pranzato sùbito. Mano che tamburella sul marmo. Si guarda le unghie, tira via una pellicina.

«Mamma! Mamma! Guarda Carlos!».

Il ragazzo aveva afferrato la sorella all’inizio del corridoio. Un giocherellone, sempre di buon umore. Manesco, ma senza farlo apposta, voleva scherzare e faceva male. Stringeva Maria Luísa con le braccia forti, la spingeva con il petto, canticchiando imbambolato. Lei si dibatteva, frustrata dalla sua stessa debolezza. Sbattuta scossa rigirata.

«“Tatu subiu no pau”[3]…».

«Mamma! Lasciami Carlos! Lasciamii!».

Scossa rigirata furia pugni.

«… “Lagarto ou lagartixa, isso sim é que pode sê”».

Sbattuta scossa.

«Mamma!».

La pelle dura del ragazzo incassava pugni, deliziata. Si proteggeva solo il viso, sollevandolo in alto, di lato. Si lasciava colpire anche allo stomaco, volendo, come un esperto di boxe. “Tatu subiu…”.

Donna Laura di sotto:

«Che succede, bambini! Carlos! Carloos! Scendi sùbito!».

«Non sto facendo niente, mamma! Non posso neanche ballare un po’?».

«Ahi! Mi sbatte di qua e di là! Mostro!».

«Le stavo insegnando a ballare lo shimmy, mamma! Non hai mai visto Bebe Daniels?».

«Ma io non sono Bebe Daniels!».

«Per me lo sei!».

«No e no, basta! Mamma!».

«“Tatu sub…”».

«Lasciami! Mostro, mostro!».

Elza era sbucata nel salone. Alla vista della sconosciuta, Carlos mollò Maria Luísa, intimidito. Per dissimulare prese la sorella minore. Le fece male. Ottavino:

«Mamma! Mamma!».

Divertito dalla scarica di buffetti, Carlos trattenne la sorella con il braccio sinistro e tese la mano libera verso la giovane donna. Voce paulista, sicura di arrivare alla fine della frase. Occhi franchi e indagatori.

«Buongiorno. Lei è la governante, vero?».

Elza sorrise, mascherando l’irritazione.

«Sì».

Ma Aldinha, trovandosi a poca distanza, morse la mano che Carlos si era portato al viso per proteggersi.

«Mamma hai visto? Aldinha mi ha dato un morso!».

«Oddìo! Questi bambini mi faranno impazzire!».

«Mi ha succhiato il sangue! Guarda qui che hai fatto, bambolina!».

«Carlos, tu non mi ascolti! Adesso vengo su!».

Donna Laura non avrebbe mai fatto le scale di nuovo.

«Mamma… è lui che mi ha fatto male!» piagnucolò la bambina.

«Avete sentito vostra madre? Scendete sùbito!».

Era Sousa Costa in chiave di fa. Baritono infastidito che non ama irritarsi né fare cazziate.

Elza consolava la piccolina, con una dolcezza presa in prestito. Non sapeva essere dolce. Più per temperamento che per la razza: non venite a dirmi che tutti i tedeschi sono ruvidi. Sciocchezze! Ne ho conosciuti tanti.

Carlos scendeva le scale sghignazzando. Giustificandosi. Sfregava sul morso con l’altra mano per ripulirsi dal sangue. Esagerava solo per evitare un cazziatone. Elza lo vide scendere agilmente, saltellare sugli scalini. Quel “Lei è la governante…” le fece intuire che il ragazzo era un duro. Giocava pesante.

[1] Fra i più antichi quartieri della zona centrale della città di San Paolo, letteralmente ‘città dell’igiene’, in quanto fra i primi a ricevere opere di bonifica e canalizzazione, oltre a sistemi di illuminazione e trasporto pubblico. Era abitato principalmente dall’alta borghesia dell’epoca.

[2] In questo passaggio si allude alla pratica diffusa fra l’élite di San Paolo di vantare ascendenze gloriose, in particolare riferendo cognomi di bandeirantes (esploratori e colonizzatori di origine principalmente portoghese) come Borba Gato. Cfr. Marlene Gomes Mendes, «Diálogo Mário e ‘Tio Pio’», Revista do Instituto de Estudos Brasileiros n. 36, 1994, 195.

[3] La canzone citata è Tatu subiu no pau, composta nel 1923 da Eduardo Souto e ispirato al folclore brasiliano. Protagonisti sono animali quali l’armadillo e la lucertola. Secondo Alejandra Josiowicz, tutto il passaggio rimanda alle pulsioni sessuali infantili. Cfr. Alejandra Josiowicz, «Por uma política da estética em Mário de Andrade: expressionismo e infância», Sociologia&Antropologia, vol. 5 (3), 811-12. Difficile suggerire in traduzione le connotazioni sessuali: la parola ‘pau’, in questo caso ‘tronco’, in portoghese colloquiale rimanda all’organo sessuale maschile. Ho provato a suggerire la dimensione sessuale usando il verbo ‘sbattere’: ‘sbattuta’, ‘mi sbatte’.

 

 

IV di copertina del libro:

Elsa è una giovane donna tedesca emigrata in Brasile, romantica e idealista. Carlos, rampollo di una ricca famiglia, è un adolescente irrequieto e distratto. Assunta come “istitutrice” dal padre di Carlos, Elsa si fa carico dell’educazione sentimentale e sessuale del ragazzo, finendo per naufragare in un mare di tormenti interiori. Fra gli ampi viali di una San Paolo in via di modernizzazione e nelle fazendas dell’entroterra, i personaggi («miscugli incompleti, incoerenze spaventose») si muovono come in un sogno. Il linguaggio popolare e lo stile irriverente dell’autore tratteggiano un ritratto inedito del Brasile del primo Novecento, in cui si mescolano stereotipi, caricature e una critica impietosa della grande borghesia urbana. Pubblicato per la prima volta nel 1927 e successivamente rivisto e corretto nel 1944, questo romanzo-idillio di Mário de Andrade (1893-1945) fece scandalo sia per i temi trattati sia per le scelte estetiche e linguistiche, ed è fra i classici brasiliani più letti ancora oggi.

Riguardo il macchinista

Maria Rossi

Sono dottore di ricerca in Culture dei Paesi di Lingue Iberiche e Iberoamericane, ho conseguito il titolo nel 2009 presso L’Università degli Studi di Napoli l’Orientale. Le migrazioni internazionali latinoamericane sono state, per lungo tempo, l’asse centrale della mia ricerca. Sul tema ho scritto vari articoli comparsi in riviste nazionali e internazionali e il libro Napoli barrio latino del 2011. Al taglio sociologico della ricerca ho affiancato quello culturale e letterario, approfondendo gli studi sulla produzione di autori latinoamericani che vivono “altrove”, ovvero gli Sconfinanti, come noi macchinisti li definiamo. Studio l’America latina, le sue culture, le sue identità e i suoi scrittori, con particolare interesse per l’Ecuador, il paese della metà del mondo.

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