ALLE FONTI DELLA LETTERATURA BRASILIANA RECENTE Intervista a Julio Monteiro Martins

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MM) Com’è oggi il Brasile, anche rispetto agli altri paesi latinoamericani? Com’è cambiato il suo ruolo dagli anni ’70 ad oggi?

“La prima considerazione da fare è che i nuovi paesi, soprattutto quelli con popolazione numerosa come India, Brasile e Messico, sono realtà in veloce evoluzione. Dopo 10 anni di assenza ritrovi tutta un’ altra situazione rispetto a quella che avevi lasciato. Sono società dinamiche con ascensori sociali, che producono cambiamenti quasi vertiginosi. Il Brasile è molto diverso da quello di 15 anni fa”.

MM) Diverso in cosa?

“In tutto, anche nell’architettura. Non ci sono più le stesse piazze e le persone non abitano più nei medesimi luoghi. Soltanto durante il governo Lula, durato meno di 8 anni, sono passate dal ceto povero alla classe media più di 40 milioni di persone, l’equivalente dell’intera Spagna. Torno alla domanda: qual è il ruolo del Brasile nell’America Latina? Qualcuno vede un sottoimperialismo. In realtà gli altri paesi individuano nel Brasile un fratello più grande, una guida, tanto che tutte le istituzioni internazionali e multilaterali che il Brasile ha voluto creare vanno avanti, mentre quelle che avevano gli Stati Uniti come suggeritori sono state chiuse. Il ruolo del Brasile ora non è solo legato all’America Latina, ma mondiale. Il Brasile con Russia, India, Cina e Sudafrica ha creato la banca dei Brics che ha sede a Shangai, disponendo di una base iniziale di 100 miliardi di dollari, più del doppio rispetto alla Banca mondiale. Il Brasile è in testa alla creazione di istituzioni che si contrappongono al Fmi e alla Banca mondiale e che in futuro potranno sostituirli. Il Brasile è il principale coordinatore del cambiamento nella gestione di internet, perché la rete non passi più per gli Stati Uniti come accade ora. La Germania ha aderito con entusiasmo a questa iniziativa. Si stanno creando canali di fibra ottica oltre oceano.

Nel conflitto della Striscia di Gaza, il Brasile è stato il primo grande paese a ritirare l’ambasciatore. E’ oggi uno dei poli della leadership mondiale”.

MM) Facciamo un passo indietro e partiamo dagli anni ’50: il Brasile ha conosciuto un’elevata instabilità politica, prima del periodo della dittatura, nel quale gli intellettuali hanno dovuto trovare rifugio in Europa...

“Io stesso ho trovato rifugio a Parigi, nel 1972 fino al 1973. Un periodo pesante, forse il più sanguinoso in Brasile. Era la prima parte della dittatura Medici, dal 1970 al 1973. La repressione era molto forte”.

MM) Prima com’era la situazione?

“Nel 1964 avvenne il colpo militare, pianificato e sponsorizzato dagli Stati Uniti. I generali erano di una linea filoamericana, quindi più democratica, ma fuori dal potere c’erano già militari fautori di una linea politica dura, del tipo di Pinochet e Videla, determinati a distruggere fisicamente l’opposizione. Il periodo 1964- 1968 fu di relativa libertà, ovviamente non politica, perché già era avvenuto l’esilio degli esponenti di sinistra, ma almeno nell’area culturale, molto di sinistra e antimilitarista. Fu un momento fertile, dei grandi cantautori, del Tropicalismo, del teatro d’avanguardia, del “Cinema Novo”. Nel 1968 ci furono grandi manifestazioni in strada contro il governo. Il presidente Da Costa era morto e la linea dura prese il governo. Alla fine del 1968 avvenne la rivoluzione nella rivoluzione, dalla destra moderata all’estrema destra. L’Atto istituzionale numero 5 sostituiva la Costituzione del paese.”

MM) Dopo il 1973 cosa accadde?

“Medici lasciò il potere a Geisel. Era un duro, di origini tedesche, ma della corrente americanista. Fu lui a proporre la decompressione della dittatura, operazione poi rinominata distensione. Nel paese riprese a manifestarsi l’opposizione moderata, che elesse molti governatori. Si pubblicavano tanti giornali e riviste che criticavano il sistema. Una lenta rinascita. La mia generazione di scrittori ha avuto un ruolo importante. Il mio primo libro è del 1975. Nel 1976 uscì un’importante antologia, di cui furono vendute trentamila copie. Nel 1977 un altro mio libro “Torpalium” ebbe successo”.

MM) Erano saggi?

«Erano racconti brevi, che si potevano stampare e trafficare. Era ancora tutto clandestino, senza però la paura di essere uccisi o sequestrati. Mai come in quel periodo la letteratura è stata così popolare in Brasile. Non bastavano le librerie: i libri si vendevano anche nelle edicole. Alcuni erano pubblicati da un giornale satirico: ‘Il Pasquin’”.

MM) Racconti brevi di tipo allegorico?

“C’era di tutto. Una letteratura molto variegata e letta. C’erano libri di autori specializzati nei problemi degli indios. C’erano altri che scrivevano in modo molto allegorico, come un grande regista che ha vissuto anche in Italia, fondatore del “Teatro dell’oppresso”, concetto cui ancora oggi molti gruppi si ispirano. Era Augusto Boal. I miei libri uscivano insieme ai suoi, con la stessa casa editrice. C’erano autori di romanzi o di racconti, che narravano in modo romanzato la realtà della repressione. Altri scrivevano in modo simbolico. Io seguivo maggiormente questa tendenza. La fase, dal 1974 al 1979, è conosciuta nella storia brasiliana come il “boom letterario”.

MM) Quale ruolo era riconosciuto all’intellettuale?

“L’intellettuale, filosofo e sociologo, era rispettato e considerato. Ogni volta che uno di loro parlava, una folla di giovani ascoltava anche seduta per terra. Io credo che fosse così anche in Italia in quel periodo. Gli intellettuali avevano il ruolo di proporre modelli futuri, di denunciare la situazione attuale, di informare e di sviluppare un pensiero critico nelle persone. Compiti pienamente realizzati. Ogni show di Vinicius de Moraes per gli studenti universitari o di Gilberto Gil era un evento importante. C’era un altro fatto: il mondo a partire dagli anni ‘80 e poi con l’avvento di internet è diventato più casalingo. Ora la gente sta a casa, mentre prima usciva di più e rimaneva fuori fino a tardi. I ristoranti chiudevano alle 5-6 del mattino. C’erano molti cineclub e dopo le proiezioni una discussione aperta, a cui partecipavano 300 persone fino alle 3 del mattino, per capire quale fosse il messaggio del regista. Era una vita più comunitaria, più interessante di Facebook”.

MM) Anche in Europa la vita aveva una dimensione più collettiva…

“Scrivevamo testi di critica al governo. Noi brasiliani siamo molto allegri, dunque pur parlando di situazioni drammatiche i nostri testi erano grotteschi e divertenti. Li stampavamo nei ciclostili. Ho ancora nelle mie narici l’odore dell’alcol che si usa nei ciclostili. I caratteri venivano azzurrini. L’inchiostro non esisteva e neppure le fotocopiatrici. Ho scritto 10 libri a macchina, senza computer. In Italia ho iniziato ad usare il calcolatore. Prima, per inviare copie del libro a più case editrici, dovevo riscriverle a mano. C’era la carta carbone, ma non sempre funzionava bene. Era tutto molto più artigianale, non c’erano le risorse tecniche di oggi. Scrivevamo opuscoli che vendevamo o regalavamo durante gli spettacoli musicali o nei ristoranti. C’era molto interesse. Qualcuno parla di “Generazione Ciclostile”. Ho scritto un testo molto interessante in cui racconto questa avventura, un po’ eroica, perché c’era anche un margine di rischio. In Brasile la dittatura militare non è stata brutale come in Argentina e Cile. Ha avuto meno morti, ma è stata più lunga, 21 anni, durante i quali si sono alternati tre-quattro periodi politici molto diversi da loro: l’esplosione culturale (1964-1968), la repressione brutale (1969-1974), la distensione (1974-1979) e la ridemocratizzazione (fino al 1985)”.

MM) L’elezione di Collor de Mello segnò una reale distensione con il passato o un timido riaffacciarsi alla democrazia? C’era stata anche la dichiarazione di non volere più pagare il debito estero…

“Sono due aspetti diversi. La crisi del debito, con più fasi, di scontri e rinegoziazione con il Fondo monetario, avvenne prima. L’elezione di Collor de Mello è di un periodo successivo e non significò alcuna rottura con niente. C’erano altri due candidati forti: Brizola, uomo del pre 1964, cognato del presidente João Goulart deposto dai militari, e un giovane Lula, che non era la figura paterna di oggi, ma un sindacalista che spaventava il ceto medio. L’establishment inventò De Mello, un giovanissimo governatore di un piccolo stato del Nord-Est, Alagoas. Era bello, biondo, dinamico, praticava tutti gli sport, soprattutto nautici, correva con la Ferrari. L’establishment tramite i canali tv più popolari creò su di lui l’immagine del nuovo, mentre gli altri erano visti come il vecchio. In realtà era lui il vecchio, rappresentava interessi incrostati e la ruggine del paese. Al primo turno Brizola perse e chiese all’elettorato di appoggiare Lula, come disse lui, ingoiando il rospo. TeleGlobo fece un colpo bassissimo: tre giorni prima delle elezioni apparve una donna, con una figlia attribuita a Lula fuori dal matrimonio. Lo accusava di parlare di valori, ma di averle chiesto di abortire. Una mossa che scioccò il Brasile, ancora cattolico. Così De Mello vinse, anche se per poco”.

MM) Lula dovette attendere altri 14 anni per potersi affermare…

“Lui è stato eletto alla quarta candidatura. Ci aveva sempre provato, ma anche lui aveva bisogno di maturare”.

MM) Le sue candidature venivano dal partito dei Trabalhadores o da sue forti richieste?

“Lui avrebbe potuto imporsi anche senza il partito, mentre il partito senza di lui non esisterebbe. Non fu il partito a scegliere. Lui era conosciuto molto più del partito. Una figura carismatica, un leader, un operaio che parla al popolo, in un partito pieno di intellettuali del ceto medio e alto, con cui la gente non si identifica. Lui ha avuto una straordinaria storia di vita. Era uno studente venuto a San Paolo dal Nord-Est, viaggiando su un camion aperto per più di una settimana. A San Paolo ha lavorato come “sciuscià”, pulendo le scarpe alla gente. Ha seguito un corso tecnico industriale, ha perso un dito, mangiato da una macchina. Si è sposato. La prima moglie è morta di parto, per la scarsa attenzione prestata in quel tempo alle donne e ai figli dei poveri. Un trauma. Lui ha vissuto la via crucis dei poveri. Il popolo capisce che è uno di loro”.

MM) È positivo il bilancio della sua presidenza?

“Sì, soprattutto a livello mondiale. Nel 2000 ovunque dominava il liberalismo. Il periodo di massima espressione della scuola di Chicago, che seguiva il motto di Reagan: “Lo Stato non è la soluzione, ma il problema”. Lula, in un grande paese come il Brasile, ha creato programmi contro la fame e l’assenteismo scolastico, ha democratizzato le università, dove prima c’erano solo studenti bianchi, sebbene non fossero la maggioranza del paese. Con il Forum di Porto Alegre, Lula ha dimostrato che un altro mondo è possibile e che lo Stato non è un problema, ma la soluzione. Nessuna impresa privata potrebbe occuparsi del popolo che non ha reddito, ma solo lo Stato può farlo”.

MM) A distanza di oltre 10 anni un “altro mondo” è stato realizzato?

Non è stato ancora realizzato, ma è nata una nuova generazione di brasiliani, di europei, di americani: il popolo di Seattle. Persone che hanno come scopo la trasformazione del mondo. Sono le migliori teste di queste generazioni. Ne ho avuto la dimostrazione quando sono andato in un contesto universitario a Pisa a tenere una conferenza sulla letteratura della migrazione: mi ha sorpreso il fatto che tutti gli studenti fossero di sinistra, non moderata, ma impegnata nel cambiamento e innamorata della rivoluzione. Sono convinto che quando le menti e i cuori di una generazione vanno in una certa direzione, poi i fatti si materializzano. E’ successo anche negli anni “70. Sono molto fiducioso. In Spagna ci sono movimenti di giovani che occupano le piazze e sono già diventati politicamente forti. Una politica che non ha proposte di cambiamento al livello di profondità a cui questi giovani aspirano”.

MM) Qual è il suo giudizio sul cosiddetto Gruppo di Rio, formato dai partiti di sinistra riformista in America Latina?

“L’America Latina è diventata un grande laboratorio politico, sia a sinistra che a destra. Quando in Italia si parlava dell’influenza di Mediaset sulla vita politica, questa era una realtà che noi brasiliani già vivevamo da 20 anni con la TeleGlobo. La manipolazione faceva parte della nostra vita da molto tempo. Quello che mi auguro è che continui e si radicalizzi il processo di inclusione della maggioranza rimasta ai margini. C’è una nuova destra che cerca di demoralizzare e di guadagnare voti spesso in modo disonesto. Si voleva attribuire alla “presidentessa” Rousseff persino la sconfitta del Brasile al Mondiale di calcio, che invece sotto il profilo amministrativo è stato un grande successo. Tutti in Italia, una settimana prima dell’inizio, parlavano di una catastrofe, invece è stato il mondiale più bello e pacifico. Il pubblico di casa ha applaudito anche il sesto e il settimo gol della Germania al Brasile e ha accolto in modo affettuoso perfino gli argentini, avversari storici. La “presidentessa” ha fatto un lavoro straordinario. Non è importante vincere le partite, ma presentare al mondo un risultato come quello che si è visto negli stadi”.

MM) Lei è stato un punto di riferimento per il concetto di “Letteratura migrante”, che arriva ad esprimersi in una lingua diversa da quella nativa degli scrittori. Nel mondo di oggi c’è ancora spazio per questo genere?

“Sempre di più, non solo per chi come me esce dal proprio paese e adotta una nuova lingua. Riguarda tutti, perché siamo tutti migranti. Il perno di questo periodo storico è l’emigrazione. Anche una persona che non è mai uscita dal proprio paese in un certo senso migra, perché è il mondo intorno a sé che sta cambiando”.

MM) Esiste una migrazione attiva e una passiva…

“La migrazione è una situazione esistenziale che colpisce tutti oggigiorno. Abbiamo letto la notizia di una signora, un’anziana insegnante di inglese, che si è suicidata perché non riusciva ad usare il computer, davanti alla ferrea posizione della scuola di dover lavorare con il calcolatore. Lei non si trovava in un paese straniero, ma in un mondo che era cambiato. Io sono tornato in Brasile dieci anni dopo essere stato in Italiabe ho trovato un paese diverso. Siamo in periodo di grande trasformazione. Il migrante è chi materializza questo ethos, questa identità collettiva, scrivendo cose che sono più largamente rappresentative di quanto sembri, dando voce ad un dramma generale. Anche gli italiani sono stati migranti per tanto tempo. Siamo sicuri che abbiano smesso di esserlo? Molti miei allievi di Pisa sono andati a trovare lavoro in un altro paese, dunque anche loro sono migranti”.

MM) Si è solo trasformato il modo di essere migranti…

“Si è trasformato il modo e la letteratura migrante è quella che meglio rappresenta questa trasformazione”.

MM) Come è avvenuto il suo arrivo in Toscana e in particolare a Pisa? Quali sono stati gli incontri importanti in questo percorso?

“Il Brasile è un paese molto difficile. Ho litigato con tante persone, anche con un regista che ha rappresentato il Brasile in un film presentato al Festival di Cannes. Io avevo curato la sceneggiatura e lui ha messo il suo nome invece del mio. Un’usurpazione. L’ho portato in tribunale. Ho litigato anche con il capo del partito Verde, dove ero membro della direzione e uno dei fondatori. Queste mie discussioni, che erano molto seguite dalla stampa, hanno determinato la mia bocciatura, anche se avevo sempre ragione, altrimenti non sarei andato a giudizio. I registi avevano paura a chiamarmi anche per non mettersi contro il collega. La stampa non mi cercava più per scrivere. Mi sono sentito esiliato in patria. Come quando in Russia cancellavano le persone dalle foto, anche io sono stato eliminato. Sapevo che questa situazione sarebbe stata duratura. Non avevo voglia di passare 30-40 anni nel limbo, allora andai a Lisbona a fare una serie di conferenze. Dissi a mio fratello – l’unico parente ancora in vita – che mai più sarei tornato in Brasile. Sono rimasto in Portogallo e ho conosciuto un’italiana, Cristiana, che era lì per il progetto Erasmus. Abbiamo vissuto insieme per un periodo, poi lei è tornata a Lucca, dove l’ho raggiunta per sposarla. L’anno successivo è nato mio figlio Lorenzo. Poi una docente di portoghese dell’Università di Pisa e moglie di Antonio Tabucchi, mi ha invitato a fare conferenze sullo spirito della “brasilianità” ossia sul modo di essere brasiliano, e sono piaciute molto. Mi è stato dunque consigliato di partecipare ad un concorso per insegnare all’università, ed io l’ho vinto. Sono rimasto a vivere a Lucca, per stare vicino a mio figlio, lavorando a Pisa. Ho partecipato ad un libro importante, un’antologia uscita dopo il G8 di Genova, intitolato “Non siamo in vendita”. Fra gli autori Antonio Tabucchi, Dario Fo, Gianni Vattimo, il regista Bertolucci. Io ero l’unico non italiano”.

MM) Com’è stato l’incontro con il pisano Antonio Tabucchi?

“Era un mio grande amico. Abbiamo lavorato insieme e discusso su un suo libro, che si intitola “Si sta facendo sempre più tardi”. Voleva che fosse pubblicato anche in Brasile o in Portogallo, dunque mi bchiedeva come certe espressioni sarebbero state tradotte. Veniva sempre in Italia nella sua casa di Vecchiano, un’ abitazione antica, molto accogliente. Lì passavo sabato e domenica. Sapevo che era malato, ma lui non lasciava capire la vera gravità. Aveva mal di testa molto forti, che forse erano già collegati alla malattia”.

MM) Nel suo ultimo libro “Di tutto resta un poco”  Tabucchi parla di scrittori a cui si è ispirato: Borges e Guimarães. In che modo si è realizzata questa influenza?

“‘Di tutto resta un poco’ è il titolo di una poesia di un grande scrittore brasiliano Carlos Drummond de Andrade. Secondo me l’ autore che più lo ha influenzato, non è né Borges né Guimarães, ma Fernando Pessoa, poeta portoghese. Gli somigliava anche fisicamente. Tabucchi è stato un incredibile ponte fra l’Italia e la cultura lusofona. Si è sposato con una portoghese. Aveva posizioni politiche molto forti e non aveva paura di nulla. Tabucchi è stato uno dei fondatori del “Fatto quotidiano”. Ha rivolto accuse a diversi politici, uno dei quali lo ha portato a processo reclamando un risarcimento di tre milioni di euro. E’ tremendo che si possa chiedere ad uno scrittore, per danni morali, una cifra conosciuta solo ai banchieri e agli industriali. Una distorsione del sistema”.

MM) Sono stati anni culturalmente molto bui…

“Secondo me in un certo senso lo sono ancora. Tutto lo svuotamento realizzato in quegli anni, della cultura italiana e del senso critico, sono sfociati in questi anni. Il vuoto è oggi e si vede. Non ci sono più programmi televisivi culturali. Quando arrivai in Italia c’erano trasmissioni sui libri e di discussione filosofica, ormai non c’è più niente”.

MM) Ormai sono ghettizzati su canali specifici…

“Su Rai 5 sono proposte opere liriche o spettacoli di De Filippo e discussioni sull’arte barocca nelle chiese italiane. Non sono dibattiti vivi. Siamo nel vuoto. La frase più adatta all’Italia è quella di Tomasi di Lampedusa nel ‘Gattopardo’: ‘Bisogna cambiare tutto perché niente cambi’. L’Italia ha un aspetto di modernità o ipermodernità, come nel futurismo e nella moda, ma dentro è estremamente conservatrice. Si percepisce una fortissima nostalgia del fascismo. C’è ancora la pratica di passare il mestiere da padre a figlio, ad esempio per i notai, le farmacie. Sembrano concessioni del re, come nel medioevo, quando per transitare all’interno di una proprietà di un barone dovevi pagare un pedaggio. La letteratura è un altro caso: tutti i critici, tranne quelli specializzati nella letteratura della migrazione, fanno finta di ignorare questa situazione. Sul Corriere della Sera un importante critico citava i gruppi di settore oggi e i differenti stili, che si promuovono gli uni gli altri. Erano sette-otto e fra questi non c’erano scrittori migranti. Invece sono più di 800”.

MM) Promuoverli è il fine della rivista ‘Sagarana’?

“E’ il progetto di un’altra rivista, ‘El Ghibli’. ‘Sagarana’ è diversa: è la prima rivista italiana, on line da 15 anni, a non presentare la letteratura italiana come distinta da quella del resto del mondo, ma inserita in una prospettiva interculturale. ‘Sagarana’ fa un lavoro importante nel riscoprire scrittori italiani di grande valore dimenticati, come Mastronardi e altri. Un progetto molto più ampio, curato da uno straniero non da un italiano, perché da straniero si vede l’Italia dall’interno ma anche dall’esterno, in mezzo agli altri paesi del mondo”.

MM) Jorge Amado è lo scrittore brasiliano più conosciuto in Italia. Qualcuno ha detto che era circoscritto alla Cultura di Bahia…

Era uno scrittore straordinario. La Cultura di Bahia è qualcosa di particolare. Anche García Márquez è circoscritto alla parte caraibica della Colombia, ma ha prodotto un’opera universale. Amado era uno di quegli scrittori che amano il proprio popolo, fatto di persone semplici. Lui ha sempre rivelato il carattere eroico, da martire, e la strenua generosità di prostitute, marinai, contadini. L’hanno fatto Gor’kij in Russia, Remarque in Germania, Dickens a suo tempo in Inghilterra, con una visione un po’ romantica. In un certo periodo, 1950-1970, in ogni romanzo di Amado il protagonista era una donna brasiliana, ad esempio “Gabriela, garofano e cannella” o “Donna Flor e i suoi due mariti”. Ognuna di queste donne rappresenta all’estremo virtù e difetti di un brasiliano. In un romanzo meno conosciuto, “Il grande agguato”, della fine degli anni”70, Amado racconta di un piccolo paese nato in un posto dove c’era stato un agguato, nel quale erano morte tante persone. Il paese cresce e diventa una città. Il personaggio principale non è nessuno in particolare, ma è il luogo, dove si succedono le generazioni e arrivano continuamente nuove persone”.

MM) Si può fare un parallelismo con “Cent’anni di solitudine” di García Márquez ?

“Credo in un certo senso sì, anche se “Cent’anni di solitudine” è un romanzo circolare, finisce in un posto deserto, popolato da 20 persone, come era iniziato. Invece “Il Grande agguato” va dritto. “Cento anni di solitudine” è un romanzo di realismo fantastico, dove ci sono scene impossibili. Questo realismo magico, che molti attribuiscono all’America Latina, in realtà è un’eredità europea, fin dai libri di Boccaccio. C’è un filo rosso nelle esagerazioni e nelle iperbole. “Il grande agguato” è un libro realista, ma sempre con un occhio di riguardo alla sensualità. Il filo che lega le generazioni è il sesso, un aspetto che rispecchia il Brasile reale. Non conosco nessun posto al mondo dove il sesso abbia rilevanza sociale come in Brasile. Amado lo ha presentato com’è. ‘Gabriela’ è la storia di una bomba sessuale, che sconvolge tutta una città”.

MM) Un paese con una tradizione religiosa che riesce a liberare questa parte di sé…

“Una parte che discende dal periodo della prima colonizzazione. I navigatori dicevano, riprendendo una frase di una canzone di Caetano Veloso: ‘non esiste peccato al di sotto della linea dell’equatore. Dio è in alto, ma sotto quella linea non vede”.

MM) Senza differenza di colore fra persone…
“Nell’erotismo questa differenza non c’è”.
MM)

È un segno di progresso? In Europa c’è una grande differenza fra i popoli del Nord e del Sud…

“Ci sono diverse Europe, distinte anche nel tempo. Prima del concilio di Trento, che ha provocato un fortissimo cambiamento nella dottrina della chiesa, diventata più rigida, l’Europa era estremamente godereccia: le feste per strada duravano giorni, dentro le chiese si organizzavano mercati, fiere. L’opera di Boccaccio rispecchiava questo clima. In una grande festa le persone uscivano di notte, svegliavano tutti e si riunivano in piazza nel mezzo della notte per ballare e cantare. Anche Don Chisciotte della Mancia, benché sia posteriore, del ‘600, rispecchia questa tendenza. Il carnevale brasiliano è l’eredità di questa Europa, chiusa dal concilio di Trento e ancor più dal periodo Vittoriano inglese. Sento dire che l’Occidente deve affrontare paesi come Brasile e India. Ma Brasile non è occidente? Argentina, Uruguay e Cile non sono occidente? Se vai in Brasile, anche se fa caldo, a Natale tutti addobbano l’albero e appendono le calze alle finestre come in Europa. La gente sa chi sono Freud e Jung e vede i film di Fellini. Provate a chiedere in India o in Cina? Se vai nel Nord-Est del Brasile, la parte più secca e povera, trovi libriccini rilegati con lo spago, che i ciechi memorizzano e recitano nei mercati quando li vendono. Questi libri parlano di cavalieri, streghe, castelli, un immaginario tutto europeo, che molti europei tuttavia, giocando con i videogiochi americani, non conoscono più”.

MM) È forte la vicinanza culturale fra Europa e America Latina…

“Cosa rende occidentale o non occidentale un Paese? La condivisione di una storia, di valori, di una visione del mondo e della religione. Il Brasile è il paese cattolico più numeroso al mondo. Se vai in Giappone trovi una piccole élite occidentalizzata, ma le radici sono altre. In Brasile la città di Santa Catarina, a parte la lingua, è come l’Abruzzo, nel modo in cui ti senti, nell’architettura delle case, nel senso dell’umorismo”.

MM) Concludiamo con la tematica degli indios. Un film di Marco Bechis “La terra degli uomini rossi” ha portato in Italia questo argomento…

“Il suicidio degli indios era un problema di una certa tribù. E’ probabile che il governo l’ abbia risolto. E’ un fenomeno di 10 anni fa, una cosa tremenda. Il problema è che la visione che si ha dell’America Latina e del Brasile è sempre stereotipata: o inferno o paradiso. So che le intenzioni sono buone, ma la strada dell’inferno è lastricata di buone intenzioni. Ciò che manca è una sfida, che pongo sul tavolo a voi europei: aprire la mente alla complessità del Brasile. Basta con le risposte semplicistiche, come quelle che ho letto nell’analisi del mondiale di calcio. Si parlava di un paese di fazendeiros, come se fossimo del quarto mondo, invece noi abbiamo un livello di sviluppo che l’Italia si sogna, in tante aree come ad esempio quella scientifica. Noi mandiamo nello spazio nostri satelliti e abbiamo un acceleratore di particelle subatomiche. Ci descrivono come se fossimo in una fattoria, con uomini armati e baffuti. Bisogna con urgenza investire intelligenza nella conoscenza del Brasile”.

Questa intervista è contenuta nella pubblicazione indipendente ” America Latina: un viaggio virtuale attraverso le culture e le società delle nazioni latinoamericane”a cura di Marco Meozzi, finita di stampare nell’ aprile 2017.

Immagine in evidenza: Foto di Melina Piccolo.

Riguardo il macchinista

Pina Piccolo

Pina Piccolo, la macchinista-madre, è una scrittrice e promotrice culturale calabro-californiana. Si imbarca in questa nuova avventura legata alla letteratura spinta dall'urgenza dei tempi, dalla necessità di affrontare la complessità del mondo, cose in cui la letteratura può dare una mano. Per farsi un'idea dei suoi interessi e della sua scrittura vedere il suo blog personale http://www.pinapiccolosblog.com

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