Alfonso Gatto: il sogno del poeta (a cura di Walter Valeri)

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La registrazione di questo colloquio è stata realizzata nella casa di Enea Casagrande, in occasione dell’ assegnazione ad Alfonso Gatto della Cittadinanza Onoraria del Comune di Cesenatico e pubblicata per la prima volta sul terzo numero unico della rivista Sul Porto, Cesenatico, giugno 1974.

 

 

Sul Porto: Alfonso, fino a che punto hanno contribuito alla tua formazione di poeta le coincidenze della vita, le scoperte che via via sei andato a verificare nel rapporto con gli altri?

Alfondo Gatto: Il mio cominciare a scrivere attorno ai diciannove anni, fu, alla fine, una sorta di delusione che provai. Ho creduto sino ad una certa età che agli uomini bastasse parlare fra di loro, dire la verità, quello che vedevano, che pensavano; bastasse comunicare le proprie emozioni, soprattutto le scoperte, i propri sentimenti. Pensavo che gli uomini dovessero parlare lo stretto necessario, ma di cose alte, nobili, pulite soprattutto, cioè parlare secondo verità.

Il momento della scoperta di dover scrivere invece di dover parlare, cioè di affidare ad un modo più fidato della parola e più diffidente, quale è lo scrivere, le mie emozioni, le mie scoperte, fu dovuto proprio all’accorgermi che gli uomini fra di loro non parlavano secondo verità, secondo giustizia secondo un autentico rapporto fra le cose che vedevano, i sentimenti e ciò che dicevano.

Lo scoprii addirittura nell’ambito delle prime amicizie, nell’ambito familiare, pur essendo nato in una famiglia di molta verità, di semplicità. Mi accorsi che gli uomini fra di loro erano portati a nascondere quello che scorpivano, per non dirlo o non saperlo dire. Vivevano in questa approssimazione continua per delle coseche avrebbero dovuto riferire nel modo più semplice, più veritiero, in un modo più diretto. Il bisogno dello scrivere, dell’espressione, nacque in me proprio da questa scoperta dolorosa: il discorso fra gli uomini era tutto basato su una convenzionalità, su una facilità impropria di cose che invece andavano più meditate e soprattutto dette con valori più propri.

Vidi che la precisione, se non proprio assolutezza questa rispondenza di verità, cui aspiravo allora, fra le cose sofferte, gioite e il modo di riferirle, di esprimerle, non esisteva nemmeno fra le persone care, nemmeno nei primi amori, nemmeno nell’amore per gli altri, in nessun modo esisteva.

Evidentemente gli uomini si accontentavano di questa brevità fatua delle cose che dicevano, non preoccupandosi nemmeno che la propria esistenza, la propria scoperta fosse segnata da una aprola più durevole e capace di vivere più a lungo dei momenti in cui la pronunciavano.

Allora capii che doveva esserci, e c’era, un modo col quale gli uomini si erano espressi testimoniando, documentando, direi, la parte più essenziale, più durevole e più leale della vita che avevano vissuto.

Ecco che la poesia, la pagina scritta di cui la scuola mi aveva dato notizie imprecise (perché l’idea della poesia che dà la scuola è sempre qualcosa di ingiustificato in questa società) assume la sua vera luce. Cominciai a capire la ragione per cui gli uomini avevano scritto e tramandato questa parola scritta e più durevole rispetto alle molte parole ormai morte con i morti.

Ebbi proprio la sensazione che questa messe, questo cimitero di parole vane che per millenni erano state dette (e che saranno ancora dette) parole bugiarde, vili, parole rinunciatarie, istituzionali, cioè stabilite da un patto di tregua fra gli uomini, erano appunto troppe rispetto alle poche, anche se molte, pagine scritte. Così scoprii che la poesia, lo scrivere per espressione, era appunto il modo per consegnare la parte più leale di noi rispetto a tutta l’altra parte contrattata che si spendeva nella vita. Questa fu una scelta che m’illuminò fisicamente da adolescente e fece sì che sentissi il bisogno di scrivere, cioè di provare a comunicare di me quella parte che credevo dovesse essere salvata e che non riuscivo a spendere nella vita come una moneta nobile. Ecco che in me la poesia nacque con una profonda visione pessimistica, addirittura negativa per quella che era la situazione dell’uomo nel momento in cui acquistava coscienza del suo essere, della sua libertà. Da allora è iniziata questa doppia vita fra il paese dell’anima interiore e il paese legalitario del potere, delle menzogne, delle leggi, delle obbedienze cieche, delle parole usate come commercio al mercato degli inganni. Credo che se un poeta si nega questa origine, questa spiegazione del suo fare, del suo scrivere, non abbia motivazioni possibili per esistere. Se l’uomo riuscisse ad avere negli affetti, nel proprio amore, nella propria relazione con gli altri uomini, un’autenticità di vita, una risposta di vita alle proprie domande, se cioè potesse vivere secondo l’immagine che egli ha della vita stessa non avrebbe bisogno di scrivere. Gli basterebbe vivere, comunicare.

Ma tutto questo evidentemente gli manca e perciò scrive, e scrive anche per gli altri uomini che vivono la stessa crisi e che, pur comprendendola, non riescono ad avere la forza, le qualità sufficienti per preservare dentro di sè, in questa disperazione, in questa ostinata scelta, la loro parte migliore. Questi uomini vivono di poesia anche se scritta da altri, però mettendosi nello stesso spirito di affrancamento, di libertà e di vendetta che la poesia dà rispetto al mondo in cui siamo costretti a vivere. Questo spiega perché ci sia una società di lettori e spiega anche perché ci sia, seppur da parte di minoranze, un bisogno di poesia e come il poeta, in queste minoranze, possa riconoscere i suoi lettori e la funzione sociale per la quale scrive.

Al di là di questo non riesco a spiegarmi perché nasca un poeta e perché debba continuare a scrivere. Un poeta d’altra parte non nasce credendosi migliore degli altri uomini o più dotato per particolari talenti.

Un poeta si riconosce nell profonda delusione e convinzione che la sua vita non basti, che una vita condotta secondo una scelta dei suoi sentimenti, secondo una qualità del suo sentire, del suo saper sentire, del suo vedere, del suo stravedere, sia una qualità impossibile in questo mondo. Quindi la deve cercare nel mondo della sua rappresentazione, della sua finzione. Per un uomo che non ha l’occhio della religione , né vuole averlo, per un uomo che non vuole “credere” a discapito del suo essere, per un uomo che si identifica tutto nella storia, e che abbia queste qualità, non c’è altro scampo che la poesia.

È chiaro che dicendo questo non dico poco.

Arrivare a questa identificazione di sé significa riconoscersi una natura sufficiente a poter dar voce, a poter scrivere, a poter trovare il modo di testimoniare secondo la verità dell’essere. So che può anche non essere una qualità comune, può anche essere un ‘dono’, ma è sempre un dono guadagnato, scontato, pagato con lo schierarsi contro il contratto sociale. Infatti un poeta, almeno fino ad oggi, vive in realtà fuori dal contratto sociale. E direi che la sua ragione d’essere è quella di trovare un nuovo contratto che non sia né sociale ( cioè immediatamente politico ) né religioso, né, tanto meno, il vivere per vivere. Il poeta cerca invece la maggior difficoltà e verità di se stesso e con tutta la ragione che egli cerca. Il poeta non è, come crede Sanguineti, “un’anima bella”. Certo, deve essere un’anima buona, ma si può usare anche un’altra definizione se questa non piace, perché non credo possa nascere da questa scelta un criterio di selezione o addirittura di aristocrazia spirituale. Credo il contrario.

Questa ragione che ho messo all’origine della nascita di un poeta è una ragione di umanità e di speranza: credere che tutto quanto ho detto possa accadere nel giorno in cui concretamente il mondo sarà governato e retto dall’uguaglianza, dalla libertà e dalla competenza degli uomini. Quando ognuno farà bene ciò che sa fare senza arrogarsene i privilegi, allora la comunicazione sarà possibile fra gli uomini su un piano di qualità, di verità, su un piano di bellezza a tutti raggiungibile.

Allora quel giorno saremo tutti “belli” senza proporci di esserlo e saremo anche tutti “poeti” senza bisogno che la poesia sia scritta.

Il giorno in cui la vita potrà essere felice per tutti gli uomini, (e in questo occorre fede) forse quel giorno la poesia morirà, perché sarà la vita stessa dell’uomo, con la sua possibilità di fondare su questa terra le immagini e la realtà che egli traspone in una finzione di vita che non gli è data vivere.

 

Sul Porto: A questo punto possiamo affermare che quello che hai detto è l’Utopia e allo stesso tempo l’Eresia della poesia rispetto alla vita di tutti i giorni? Di questi giorni in particolare?

 

Gatto: Sì, io credo che mai come in questo tempo la poesia sia eretica. Però è eretica, per come la sento, in un modo quieto.

È un’eresia che non cerca il rogo, perché anche i roghi sono stati consumati. Un poeta non si crede un martire, una vittima innocente del potere organizzato. È inutile sostenerlo. Il poeta non è vittima, ma nella sua contraddizione, è un vincitore alla fine, un giocatore che porta a termine una partita abbandonata dall’avversario. Il poeta non ha avversari, perché non è in grado di interferire nel potere, nel condizionamento della vita politica e sociale, nell’educazione dell’uomo, anche se la poesia è studiata nelle scuole. Il poeta non interferisce in nulla. Un poeta crea un testo di parole di cui gli uomini possono scegliere di appropriarsene. Se ne servono in realtà, ma se ne servono per accantonarlo nelle ore morte; cioè nelle ore in cui, essendo finiti i compiti della giornata, avendo pensato alle cose che credono ‘serie’, ai propri interessi, si ricordano che esistono delle domande e delle risposte a queste domande. Come certi religiosi che si ricordano nelle ore perdute che esiste dio, così gli uomini si ricordano che esiste una certa poesia, che siste nel mondo una certa bellezza da scoprire, cioè che esiste un mondo diverso da quello degli interessi e dell’usura. Voglio dire che c’è una nobiltà che l’uomo sente di acquisire, di portare addosso, come qualcosa che, perché fatta da alcuni uomini si può attribuire a tutti gli altri: la poesia.

Però tutto comincia e finisce lì. Questo serve solamente a ricordare al poeta che non è una vittima, un martire, anche perché per vivere, sia pur clandestinamente, continua a tenere i piedi sulla terra, ha bisogno della strumentazione di questo mondo, anche se fra i poeti e gli uomini si è arrivati ad una “non belligeranza” che rappresenta il massimo della sopportazione esistente oggi. E tutto questo fa sì che il poeta sia un eretico che nessuno brucia più. Il poeta crede solo di parlare una lingua che a volte qualcuno comprende perché ha studiato la lingua della poesia. Oggi tutti gli eretici sono tollerati e alla fine anche i poeti si lasciano tollerare. Credo che per il poeta, quale uomo fra gli uomini, la condizione peggiore sia quella di vedere tutto il vantaggio della propria disperazione, con la quale ha creato le parole scritte, e di non poter valersene, perché non è dio e mai lo sarà. Resterà sempre nella condizione disperata di uomo. Forse, nella vita c’è stata solo la causa che ha creato questo mondo; chiamiamola dio, chiamiamola come vogliamo. Forse soltanto lui è stato disperato se è stato capace di costruire questo mondo. Significa che anche la creazione del poeta, pur essendo la creazione umana più durevole, resta alla fine una creazione dell’uomo, che ha nella sua stessa speranza di sopravvivere la ragione di morire. Perché l’uomo muore di speranza, non di disperazione.

È questa la verità più triste, la più misericordiosa delle ironie. Moriremo alla fine per indulgenza.

 

Sul Porto: Riallacciamoci al discorso di prima, quello dell’anima interiore, dell’eresia, e quello invece legalitario, abitato dal potere che nel poeta coesistono…

 

Gatto: Io direi che il poeta da millenni è come se dicesse agli uomini: “guardate il mondo, la vita, come è elementare”. Cioè vuol dire che la difficoltà d’essere è difficoltà di realizzare la sua qualità del positivo, senza ridurla ad una problematica, ma alla sua realtà più realtà, al suo essere mela più mela, al suo essere uomo più uomo. Diceva Dostoevskij, quando scriveva “L’Idiota”, che il suo tentativo era stato quello di voler realizzare un personaggio intieramente positivo, la cui positività fosse data dalla naturalezza di essere positivo nel bene. La difficoltà di un poeta, alla fine, resta quella di far toccare la positività di un bene, che può essere soltanto un’estrema realtà di se stesso, senza il bisogno che questo sia idealizzato e problematicizzato in una serie di atti e ipotesi contrastanti attraverso un male che egli continuamente vince per realizzare la sua entità del bene.

Evidentemente questo è anche nel messaggio cristiano. Già nella cosnsiderazione del peccato originale è chiaro che l’uomo tutto positivo esiste solo come sconfitto. Questo spiega perché Dostoevskij lo ipotizzava e lo ha realizzato chiamandolo “Idiota”, cioè un uomo che vuole essere indifeso per realizzare la sua estrema positività. L’uomo, secondo le regole del gioco della vita, deve realizzarsi ed esplicarsi cominciando a difendere i propri interessi e a dialettizzare con la parte negative di se che giudica necessaria per vivere secondo i princìpi morali e le scelte che dovrà compiere. Quando dico che la poesia espone l’estrema positività del bene, è chiaro che intendo dire che manifesta chiaramente anche questa estrema idiozia dell’uomo indifeso, che accetta tutta la naturalezza del suo essere indifeso, del proprio lasciarsi qualificare soltanto dal disinteresse che dimostra per i valori dati al suo comportamento.

Pertanto il poeta ambisce soltanto al valore e alla qualità che gli possono essere riconosciuti esclusivamente dal suo essere. Quindi, rappresentando uno stato di naturalezza impossibile (quello che auspicavo credendo che agli uomini bastasse parlare tra di loro per intendersi e dire la verità), è chiaro che la poesia parte dall’immagine di un paradiso perduto, di uno stato perfetto della qualità dell’uomo, abbandonata nel momento in cui entra nel mondo delle umane possibilità, nel mondo della storia e della competizione.

Ho detto prima che il poeta comincia scrivere nell’attimo in cui s’accorge che questo paradiso è perduto entrando nell’inferno delle possibilità della vita vivente e volendo tuttavia conservare ancora il ricordo e la disperazione del paradiso. Ecco che il poeta entra nella competizione della storia e del suo condizionamento proponendo però l’ immagine di questo positivo che tutto s’appartiene.

Il poeta ha la forza di proporre tutto questo con la cosciente disperazione che non può più “essere”; ma che la poesia deve ancora ipotizzare e realizzare nell’assolutezza del proprio mondo che rifugge dal possibile. Questa è l’eresia del poeta, il paese dell’anima interiore, cioè la massima coscienza dell’inferno che incontra e insieme la massima ostinazione a voler credere e realizzare nella parola scritta quello che il mondo del possibile mai più farà realizzare in questa terra. In questo senso la poesia è sempre eroica, in quanto realizza la parola impossibile che gli uomini ancora cercano per dire il tutto positivo di sè. Questa è la poesia, cioè la massima coscienza di tutto ciò che non si può più fare, ma anche la massima coscienza di tutto quello che essa deve fare. Partendo da questo pessimismo della condizione umana, delle condizioni in cui ci ha portato il nostro adattamento alle istituzioni pubbliche e sociali che governano il possibile, il poeta deve creare ancora nell’essere questa dimensione dell’impossibile che attraverso la parola trova la sua voce. Questo, è chiaro, è la condizione limite della poesia e dell’uomo che vuole realizzare tutta positivamente la sua bontà. Si può dire che con questo pessimismo il poeta è anche il portatore dentro la vita stessa di quelle condizioni, di quei messaggi libertari, socialisti, comunisti che più si avvicinano, che più promettono la possibilità di riscatto dell’uomo della strumentazionedel possibile.

Per questo un poeta è vicino, e si avvicinerà sempre più, ai messaggi estremi della condizione dell’uomo e che sono quelli che, in un primo momento, rischiano nel possibile più di tutti. È chiaro che questi discorsi sono a lunga prospettiva e possono far parte dell’utopia. Ma l’unica realtà che nella vita nega l’utopia è proprio la poesia, perché essa sa che l’uomo può arrivare a rendere meno abissale lo iato che esiste fra la vita del posssibile e la contemplazione dell’impossibile.

 

Sul Porto: Alla luce di quanto hai detto possiamo affermare che il capitalismo coniuga l’ausiliare avere e il comunismo l’ausiliare essere?

 

Gatto: Il comunismo è una delle vie per raggiungere l’essere. È chiaro che il comunismo è un messaggio che parte dall’estrema considerazione del condizionamento dell’uomo, ma per riscattarlo, per credere che lo sfruttanento dell’uomo sull’altro, pur passando attraverso il rafforzamento dello stato, finisca, e si possa giungere ad una società senza stato né classi. Se questo comunismo si scioglierà nella soluzione auspicate, cioè nella fine dello stato, allora aumenterà il potere dell’essere. Perché ‘essere’ e ‘stato’ appartengono allo stesso ausiliare, ma sono in profonda contraddizione. Se la vita sarà restituita alla libera espressione dell’essere gli uomini riusciranno a trovare in se stessi, autogovernandosi, la legge del proprio essere insieme.

 

Sul Porto: Non ti sembra che in quanto hai detto occorra per auspicarlo una forte componente fideistica?

 

Gatto: Sì, la componente fideistica c’è, ma, secondo me, per chi pone le cose al di fuori di sé, cioè per chi si crede indegno al compito. Ora quando io aupsico l’essere non è che mi creda migliore degli altri (sarebbe un errore ridicolo di presunzione credersi “un’anima bella”) c’è però l’avre capito del mondo certe costanti.

Ad esempio: sappiamo tutti che gli uomini poveri, I semplici (ma non I poveri guastati dal benessere, dal colore della loro povertà e anche dal peso ideologico, seppur legittimo, della propria condizione) hanno una visione più diretta, più vitale delle cose che vogliono. Hanno delle proprie parole che conoscono una coscienza così propria e così definita da sbagliare difficilmente per improprietà. Hanno cioè una naturalezza e una verità di linguaggio parlato e scritto (quando scrivono) che denuncia l’apparente ricchezza di certe problematiche e la reale sofisticazione di tutti coloro che non sanno bene quello che vogliono, colti o incolti che siano. Si sa, ad esempio, che le tavolozze più indiscriminatamente ricche di colori, di vernici, di strumentazioni, le posseggono i pittori meno dotati, quelli che sanno meno come dire le cose. Così un poeta sa che la ricchezza di un lessico proprio, le risorse di parole, sono date non dalla proliferazione numerica delle parole, ma dalla proprietà di significazione e di intensificazione del significato che si riesce a dare anche a parole comuni e violate dalle menzogne convenzionate dal possibile, come si diceva prima. Le stesse persone (poveri, pittori, poeti consapevoli di quello che fanno) sanno anche che le complicazioni, le possibili implicazioni, deviazioni, nascono quando devono nascondere la povertà e l’assoluta mancanza di interessi veri, di libidine vera per le cose del mondo, quando simulano desideri che non hanno, persino bisogni inesistenti in loro.

In realtà gli uomini sono consapevoli di desiderare poco, di non saper volere, di non avere una ragione da dare al tempo, sempre troppo lungo rispetto agli anni della propria occupazione. Se agli uomini si potesse mostrare la mancanza di interesse, l’agnosticismo che hanno dentro per il mondo, probabilmente si sveglierebbe in loro, attraverso veri appetiti, la moderazione che essi non hanno. In realtà il mondo, secondo me, è così smodato, così disonesto, così avido, perché gli uomini hanno perduto la misura del proprio appetito e quindi la misura di ciò che sono capaci di mangiare e di digerire; e tutti gli errori, anche di sovrapotere, gli errori di smodatezza, di usura, nascono dalla profonda ignoranza del limite, della “figura”, della forza. Se tutto questo è vero, come io credo che sia, il mondo è più degradato dall’immaginazione di quanto non lo sia veramente. Stranamente si viene a consumare questo assurdo: che passi per realtà e volgarità tutto quello che invece è una curiosa infatuazione immaginativa.

Cioè l’uomo si attribuisce nell’ immaginazione i doveri che il suo “potere” dovrebbe avere e di cui lui, singolarmente, farebbe a meno. Si spiega, così, lo spreco che c’è nel mondo. Il consumismo è soprattutto immaginazione: non è, come credono molti, reale commercio di cose che si usano. Una “immaginazione” comandata. Mai come in questo momento il mondo sta vivendo d’immaginazione, anche se sembra che dell’immaginazione faccia a meno. Potrebbe così offrire il destro a poter essere rieducato e modificato a nuove ipotesi, a nuovi limiti, a nuove figure, a una forza leale.

Da cosa nasce questo potere d’immaginazione? Nasce, soprattutto, da un grande condizionamento di paura e di terrore che ha oggi l’uomo, dal suo modo di vivere che possiamo definire “per scommessa”. Questo vivere d’azzardo, per una strana forma di impossibile che rasenta quasi i confini dell’arte (non a caso certe forme di nazismo e di fascismo parlavano di uno “stato opera d’arte”) ha portato a considerare la politica anche attraverso una tecnica dell’impossibile, dell’azzardo, del giocare sulla parola.

Oggi la società sta vivendo un’assurda forma d’immaginazione, di cui il consumismo è una delle prove più evidenti, sino a dimenticare gli attributi più fondati del suo essere “borghese”, quelli di un sistema di potere basato sull’estremo realismo economico, su una catena di leggi finanziarie nettamente contrastanti a qualsiasi tentativo o velleità di immaginazione. Per questo senso di realismo, condizionato da crisi più o meno prevedibili e riparabili, la società rischia di scatenare una grande fenomenologia dell’immaginazione fatta di paure, di scommesse, che prima erano processi ideativi e fantastici propri dell’arte.

Evidentemente un poeta oggi nel veder appresi per la politica e per l’economia quelli che sono i suoi sistemi, inorridisce più degli altri. Oggi si può ripetere il “fiat” della distruzione per mano dei politici…e queste cose un poeta le deve dire. Oggi, uomini politici e potenze, possono scatenare la fenomenologia propria dell’immaginazione e della creazione ai livelli più alti; a quegli stessi livelli della causa per cui siamo nati e calarli nella lotta politica fra le potenze stesse. Ma come si può pensare e valutare il potere dell’immaginazione al negativo, così si deve credere che l’immaginazione possa entrare nell’identificazione di uomini capaci di concepire la vita associative in una società comunista. L’uomo dovrà giungere a immaginare la società in cui vuol vivere non solo secondo le leggi del condizionamento reciproco, ma anche secondo le leggi di una fantasia restituita al bene interamente positive. Ormai in questa lotta manichea siamo arrivati talmente ad un’identificazione del male tutto positive, che si puo immaginare una società ricostituita attraverso la latitudine di un bene che sia la qualità dell’essere e non più il conto dell’avere.

 

 

Sul Porto, Cesenatico, giugno 1974

*La registrazione di questo colloquio è stata realizzata nella casa di Enea Casagrande, in occasione dell’ assegnazione ad Alfono Gatto della Cittadinanza Onoraria del Comune di Cesenatico e pubblicata per la prima volta sul terzo numero unico della rivista Sul Porto, la foto sottostante è stata scattata in quell’occasione (dall’archivio personale di Walter Valeri).

 

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Riguardo il macchinista

Walter Valeri

Walter Valeri, MFA, MAXT/ART Institute at Harvard University in drammaturgia. Ha fondato nel 1973 a Cesenatico la rivista Sul Porto, del fare cultura in provincia. È stato assistente personale di Dario Fo e Franca Rame dal 1980 al 1995. Nel 1981 con Canzone dell’amante infelice (Guanda) ha vinto il premio internazionale di poesia Mondello. Nel 1985 a Londra ha fondato e diretto la rivista indipendente Il Taccuino di Cary. Nel 1990 ha pubblicato Ora settima (Corpo 10) con la presentazione di Maurizio Cucchi. Ha scritto vari saggi fra cui Franca Rame: a woman on stage (Perdue University Press,1999), An Actor’s Theatre (Southern Illinois University Press 2000), Donna de Paradiso (Editoria & Spettacolo 2006), Dario Fo’s Theatre: The Role of Humor in Learning Italian Language and Culture (Yale University Press, 2008). Ha fondato e diretto dal 2000 al 2007 il Cantiere Internazionale Teatro Giovani realizzato dalla Città di Forlì e Università di Bologna. Nel 2005 ha pubblicato l’antologia di versi Deliri Fragili (BESA). Ha tradotto vari testi di poesia, prosa e teatro, tra cui RequiemTedesca di James Fenton, Carlino di Stuart Hood, Adramelech di Valére Novarina, I Ciechi di Maurice Maeterlinck, Knepp e Krinski di Jorge Goldemberg, Nessuno Muore di Venerdì di Robert Brustein. Nel 2006 ha fondato il Festival internazionale di poesia Il Porto dei Poeti. Ultimi versi pubblicati Visioni in Punto di Morte (Nuovi Argomenti, 54, 2011), Another Ocean (Sparrow Press, 2012), Ora settima (seconda edizione, Il Ponte Vecchio, 2014), Biting The Sun (Boston Haiku Society, 2014), Haiku: Il mio nome/My name (qudu edizioni, 2015). Collabora alla rivista teatri delle diversità e Sipario. È membro della direzione del The Poets’ Theatre di Cambridge. Vive negli Stati Uniti e insegna al Boston Conservatory e MIT.

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