Accogliere o non accogliere, questo non è il dilemma (Gajus Tsaamo)

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Il mondo è diventato piccolo. Talmente piccolo che se c’è una guerra in Siria, ha delle ripercussioni in Europa. Se le cose non vanno bene in Congo o in Senegal, avrà delle ripercussioni in Europa o in occidente; allo stesso modo se qualcosa cambia in occidente, influenza anche tantissimi paesi nel mondo. Grazie anche ad internet ed alla diffusione di tantissimi social network siamo in grado, non soltanto di comunicare, ma anche di vedere o di capire come stanno andando le cose dall’altra parte del mondo… e questo non soltanto attraverso i giornali ufficiali come avveniva una volta, ma direttamente da persona a persona.

Partendo quindi da questa premessa è facile capire come negli ultimi anni sia aumentato il fenomeno migratorio in quanto le persone hanno la possibilità di conoscere meglio i loro punti di partenza e la destinazione oppure quale strada prendere mentre sono in viaggio. Ma sicuramente lo sviluppo e la propagazione delle nuove tecnologie non può spiegare da solo questo fenomeno migratorio. Quali sono dunque i diversi fattori che ci hanno portato a questo disastro umanitario?

Io prenderei in considerazione solo i casi di alcuni paesi africani, essendo africano e vivendo in Italia, credo che sia necessario fare una breve analisi.

Per tantissimi anni ho sentito parlare dei danni del colonialismo e delle sue diverse conseguenze. Ma credo che forse il danno più importante sia stato quello di trapiantare un sistema (che viene chiamato democrazia) in un continente senza neanche considerare i valori e le culture di questi diversi popoli. E, attraverso gli anni fino ad oggi, abbiamo continuato ad adottare, a copiare tutto quello che veniva dall’occidente; dalla cultura alla moda, dalle bevande al cibo (fino a quasi dimenticare l’importanza e la complessità dei nostri cibi). Per esempio: un paese come il Camerun, che ha una diversità culturale quasi unica nel mondo (con più di 200 etnie e gruppi linguistici (ognuno con il proprio modo di vivere, con cibi diversi, medicina tradizionale diversa, arte diversa), come mai non si è mai sentito parlare di festival della cultura o di fiera della cultura? Solo per cercare di dare una certa importanza e di controbilanciare quella cultura occidentale.

La fisiologia umana ci insegna che, in ogni sistema, è necessario mantenete un certo equilibrio… dinamico. In parole povere significa semplicemente che se, nel sistema, facciamo entrare una cosa, dobbiamo anche essere in grado di farne uscire un’altra cosa e vice versa. E questo vale per il corpo umano come  per la vita sociale. Bisogna sempre mantenere un equilibro dinamico.

Questo per dire che, per evitare questo flusso di persone, bisognava anche dare alle persone la possibilità di esprimere il loro attaccamento alla propria terra e non soltanto andare lì per prendere le materie prime spostando forzatamente la gente dalla loro terra (devo ricordare però che tutti i presidenti africani che hanno cercato di adottare questo metodo sono stati uccisi o sono morti in circostanze poco chiare); e quello che vediamo oggi, questo fenomeno migratorio, non è soltanto colpa della colonizzazione o colpa delle aziende che sono venute o che vengono a cercare le materie prime, è anche colpa di tantissimi dirigenti africani che non sono stati in grado di pensare in anticipo, di prevedere, di dare importanza al loro stesso popolo. Perché se i colonialisti impedivano, per esempio, al governo di decidere su come dovevano essere utilizzate le materie prime, non penso che imponessero anche ai diversi governi africani di organizzare eventi culturali o di far incontrare diversi capi di villaggio per favorire una migliore intesa tra i diversi gruppi etnici.

Per quanto riguarda il problema dell’immigrazione, devo dire che abbiamo talmente imparato a curare i sintomi che non siamo più in grado di capire qual è la vera malattia. Il fatto è che, oggi, si è creato un ciclo nel quale, quelle persone che decidono di prendere questa strada della disperazione, non si sentono più coinvolti o partecipi nello sviluppo o nella crescita della loro società. E molti di loro partono perché non sentono più l’importanza della loro vita; perché uno non può decidere di mettere in gioco così pericolosamente la propria vita se non si sente in una situazione di disperazione assoluta.

Quali sono dunque le soluzioni per risolvere questo problema? Secondo me, la prima cosa da fare è di cercare di rompere questo ciclo che si è creato; e questo non significa costruire delle barriere o dei muri (perché il Mediterraneo mi sembra già un muro abbastanza grande e molto pericoloso); e non significa SOLTANTO rimandare indietro quelli che vengono o quelli che sono già arrivati (anche perché rimandare tutti quelli che arrivano ha un costo molto elevato che molto probabilmente non può essere sostenuto nel tempo). Bisognerebbe invece convincere queste persone che la loro vita ha un importanza anche nei loro diversi paesi (e quindi ogni paese di provenienza deve fare di più e molto di più per cercare di prendersi cura del suo popolo (perché come si dice da noi, se non ti prendi cura dei tuoi figli, è molto difficile che siano gli altri a farlo). Bisognerebbe che  l’Italia, cercasse di costruire delle relazioni diplomatiche molto più forti con questi diversi paesi e che cercasse di influenzare la crescita sociale e culturale (perché ormai l’Italia si ritrova in una situazione che certo, non ha voluto, ma che deve per forza risolvere e credo che una delle soluzioni passi per queste azioni).

 

di Gaius Tsaamo, inedito, per gentile concessione dell’autore

 

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Gajus Tsaamo  è nato nel 1986 a Douala. Arrivato in Italia nel 2008 per studiare medicina. appassionato di letteratura e di poesia; il suo primo libro è uscito nel 2013 con il titolo: L’école de la vie dalla casa editrice (On demand) Lulu. collabora con lamacchinasognante.com e ha partecipato alla realizzazione di Sotto il cielo di Lampedusa 2: Nessun uomo è un’isola, Rayuela 2015 e dell’antologia  Muovimenti (Terra d’Ulivi 2016) . Iil suo primo libro in italiano Maya e il mondo invisibile edito dalla Qudulibri nel 2015.

 

Foto in evidenza a cura di Teri Allen-Piccolo.

Foto dell’autore a cura di Gajus Tsaamo.

Riguardo il macchinista

Pina Piccolo

Pina Piccolo, la macchinista-madre, è una scrittrice e promotrice culturale calabro-californiana. Si imbarca in questa nuova avventura legata alla letteratura spinta dall'urgenza dei tempi, dalla necessità di affrontare la complessità del mondo, cose in cui la letteratura può dare una mano. Per farsi un'idea dei suoi interessi e della sua scrittura vedere il suo blog personale http://www.pinapiccolosblog.com

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